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	<title>Nientedigrave.it &#187; Riflessioni</title>
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		<title>La preghiera del cardinale e quella di un laico</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 12:23:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Eugenio Scalfari
in “la Repubblica” del 1° novembre 2009
Sento viva gratitudine per il cardinale Carlo Maria Martini, per i suoi pensieri, per l&#8217;esempio che dà
ed anche per l&#8217;amicizia che mi ha dimostrato. Infine per l&#8217;ultimo suo libro, «Meditazioni sulla
preghiera» che tra pochi giorni sarà nelle librerie e di cui l&#8217;editore Mondadori ci ha autorizzato a
pubblicare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_718" class="wp-caption alignleft" style="width: 287px"><img class="size-full wp-image-718" title="060421_martini_vlg_1p.widec" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/060421_martini_vlg_1p.widec.jpg" alt="Card. Carlo Maria Martini" width="277" height="391" /><p class="wp-caption-text">Card. Carlo Maria Martini</p></div>
<p>di Eugenio Scalfari<br />
in “la Repubblica” del 1° novembre 2009<br />
Sento viva gratitudine per il cardinale Carlo Maria Martini, per i suoi pensieri, per l&#8217;esempio che dà<br />
ed anche per l&#8217;amicizia che mi ha dimostrato. Infine per l&#8217;ultimo suo libro, «Meditazioni sulla<br />
preghiera» che tra pochi giorni sarà nelle librerie e di cui l&#8217;editore Mondadori ci ha autorizzato a<br />
pubblicare un&#8217;anticipazione, uscita ieri sul nostro giornale.<br />
Stavo cercando un argomento del quale scrivere per i miei lettori della domenica e i pensieri mi si<br />
arruffavano mentre mi cresceva dentro un forte disagio. Il caso Marrazzo? L&#8217;omicidio dello<br />
sventurato Stefano Cucchi, ucciso a bastonate mentre era affidato ai carabinieri e alla polizia<br />
penitenziaria? Lo spettro della disoccupazione che avanza in Europa e nel mondo? La possibilità<br />
che D&#8217;Alema sia nominato ministro degli Esteri dell&#8217;Unione europea e Tremonti presidente<br />
dell&#8217;Eurogruppo oppure che entrambi restino dove sono? Infine lo stato miserevole della seconda<br />
Repubblica, avviata ormai verso un&#8217;agonia dalla quale difficilmente potrà salvarsi?<br />
Mi sentivo stanco di visitare e rivisitare problemi importanti ma ripetitivi, che per di più dimostrano<br />
un tale stato di degradazione da esser diventati ripugnanti per ragioni estetiche prima che ancora<br />
morali e politiche. Sicché mi sono assai confortato leggendo la prosa del cardinale. Ho pensato di<br />
cogliere l&#8217;occasione che il suo scritto mi offriva e intervenire anch&#8217;io sullo stesso argomento.<br />
Penso che i miei lettori ne saranno contenti.<br />
Il tema del cardinale riguarda la preghiera dei vecchi. Detto in altro modo – e lui stesso ne fa<br />
menzione – si tratta d&#8217;una meditazione sulla morte da parte di chi, pur in buona salute, la vede<br />
approssimarsi incalzata dal calendario.<br />
Martini è profondamente religioso, ad un punto tale da potere e volere colloquiare anche con i non<br />
credenti e mettere in comune esperienze così disparate. Io sono per l&#8217;appunto uno di quelli e<br />
meditare assieme a lui mi ha dato grandissima pace tutte le volte che tra noi è accaduto. Gli anni<br />
continuano a passare e l&#8217;esperienza di quei pensieri aumenta. Ci si sente come sentinelle avanzate su<br />
un terreno incognito. Si assiste, sempre più dolenti e partecipi, alla scomparsa di tanti amici. Ci si<br />
allontana dal mondo e lo si vede più distintamente: la vista migliora con la lontananza; lo diceva<br />
Goethe e lo disse prima di lui Montaigne.<br />
Perciò può essere utile a noi stessi e a tutte le persone consapevoli meditare insieme su un tema così<br />
presente alla coscienza. La morte, diceva Montaigne con il suo sobrio linguaggio, è il fatto più<br />
rimarchevole della nostra vita. Bisogna pregare. Bisogna pensare.<br />
Il cardinale cita Qoelet in uno splendido suo passo pieno di sapienza e di bellezza poetica. Io citerò<br />
ancora l&#8217;autore degli «Essais» quando diceva che bisogna portare il pensiero della morte come i<br />
signori dell&#8217;epoca sua portavano il falcone sulla spalla per abituare se stessi e l&#8217;uccello cacciatore a<br />
vivere insieme e prender dimestichezza l&#8217;uno dell&#8217;altro.<br />
Chi non crede in un altro mondo sa che in quel certo momento tutto si concluderà; non teme<br />
l&#8217;inferno e non spera in un paradiso. Non si aspetta premi né castighi. La preghiera non saprebbe a<br />
chi rivolgerla. Può solo augurarsi d&#8217;esser ricordato da chi lo ha amato: una sopravvivenza breve, che<br />
avrà se se lo sarà meritato.<br />
Sa anche, chi non crede, che la vita è priva di senso se il senso consiste nell&#8217;avere un fine che<br />
sorpassa il nostro transito terreno. E dunque: una vita che non ha ulteriore sopravvivenza e<br />
naturalmente senza senso alcuno perché capricciosamente finisce lasciando una traccia che si<br />
cancellerà nel giro di pochi mesi o di qualche anno in memorie altrimenti affaccendate: ebbene una<br />
vita così desertificata di infinità dovrebbe essere disperata nel veder avanzare la Donna oscura che<br />
verrà a prendersela.<br />
Può esser serena, pacificata, confortata, una vita priva di fede? Avrà avuto un senso? Quale?<br />
* * *<br />
«Laudato si&#8217; mi Signore / per sora nostra Morte corporale» scrisse Francesco nel suo Cantico.<br />
Socrate, mentre sentiva che il gelo della cicuta gli stava salendo dalle gambe al cuore, disse ai suoi<br />
allievi di sacrificare un gallo ad Esculapio perché così voleva il rito, e si coprì la testa con un lembo<br />
del mantello. Pascal morì sognando d&#8217;essere in comune con i poveri e i derelitti. Rilke, in una<br />
pagina terribilmente splendida dei suoi «Quaderni» racconta la morte di suo nonno, il Ciambellano.<br />
La Morte gridò per otto settimane dentro quel corpo, ma non era lui che gridava, era la Morte finché<br />
non uscì fuori da lui. Benedetto Croce morì leggendo e leggeva sapendo che Lei stava arrivando.<br />
Si può anche esser disperati con la fede nel cuore e non esserlo senza alcuna fede, con il falcone<br />
sulla spalla che ti è diventato amico.<br />
* * *<br />
Io sento da tempo che noi, come tutte le specie e gli individui viventi che le compongono, siamo<br />
forme che la natura incessantemente crea e disfa per far posto ad altre. Senza alcun disegno che non<br />
sia la vita.<br />
È legge di ogni forma di realizzare al massimo le capacità di cui dispone. Le forme viventi non sono<br />
mai statiche ma dinamiche e ciò è vero perfino nelle forme apparentemente non viventi, è vero per<br />
gli atomi e per le particelle elementari della meccanica quantistica. È vero per ogni energia perché<br />
ogni energia è dinamica.<br />
Non si tratta di fede ma di scienza sperimentale.<br />
Il senso sta in questo, sta in un eterno divenire. Ogni forma ha la propria legge e diviene secondo<br />
quella legge. Noi, nella nostra forma umana, siamo animati dal sentimento dell&#8217;amore, dal desiderio<br />
del potere e dalla coscienza morale. Le nostre vite individuali combinano come possono e sanno<br />
questi elementi e questo è il senso del nostro vissuto, queste sono le stelle che orientano il nostro<br />
viaggio. Non dico viaggio terreno ma soltanto viaggio perché non ne conosciamo altri. Possiamo<br />
certamente immaginarli se ci consola immaginarli.<br />
* * *<br />
La vecchiaia restringe la nostra vitalità, limita le capacità del corpo e concentra quelle delle mente.<br />
In alcuni il desiderio del potere soverchia gli altri. È patetico vedere come alcuni vecchi restino<br />
aggrappati al potere, la loro zattera di salvataggio che non li porterà ad alcuna salvezza, la loro<br />
rabbia nel vederselo strappato brano a brano, la solitudine del loro io denudato giorno per giorno<br />
dagli orpelli dei quali l&#8217;avevano rivestito.<br />
Altri si effondono nell&#8217;amore. Non dico nell&#8217;erotismo, dico amore. Amore per gli altri e per quelli a<br />
loro più prossimi, quelli dai quali hanno ricevuto amore e ai quali l&#8217;hanno restituito.<br />
Quando questo avviene, l&#8217;io non è solo, non è denudato, non è disperato, anzi è più ampio e più<br />
ricco. Non ha nessun bisogno di chiamarsi e di sentirsi io ma si sente noi e quella è la sua ricchezza.<br />
Oggi è il giorno di tutti i santi, ma non ci sono santi laici, ci sono soltanto anime amorose che<br />
lasciano lungo la strada il pomposo mantello dell&#8217;egoismo e indossano quello della compassione<br />
con il quale ricoprono sé e gli altri.<br />
Lei, carissimo cardinale Martini, ha un amplissimo mantello di compassione, di passione per gli<br />
altri. Col suo mantello ricopre anche me talvolta come il mio può ricoprire anche lei. Per questo la<br />
Nera Signora non ci spaventa. È per questo sia lei che io sentiamo nel cuore il messaggio che incita<br />
all&#8217;amore del prossimo. A lei lo invia il suo Dio e il Cristo che si è incarnato; a me lo manda Gesù,<br />
nato a Nazareth o non importa dove, uomo tra gli uomini, nel quale l&#8217;amore prevalse sul potere.</p>
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		<title>Ero nato per volare, ricordando Ustica</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 13:35:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>

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Il 27 GIUGNO 1980 parte da Bologna, dall&#8217;aeroporto Guglielmo Marconi, il volo Itavia 870 Bologna-Palermo; sono le 20.08, due ore dopo l&#8217;orario previsto. L&#8217;arrivo è programmato per le 21.15. Non ci sono problemi: il DC 9 viaggia regolarmente, con a bordo 81 persone, 64 passeggeri adulti, 11 ragazzi tra i due e i dodici anni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_688" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-688" title="zoccolo_home" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/zoccolo_home-300x156.gif" alt="Museo di Ustica" width="300" height="156" /><p class="wp-caption-text">Museo di Ustica</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il 27 GIUGNO 1980 parte da Bologna, dall&#8217;aeroporto Guglielmo Marconi, il volo Itavia 870 Bologna-Palermo; sono le 20.08, due ore dopo l&#8217;orario previsto. L&#8217;arrivo è programmato per le 21.15. Non ci sono problemi: il DC 9 viaggia regolarmente, con a bordo 81 persone, 64 passeggeri adulti, 11 ragazzi tra i due e i dodici anni, due bambini di età inferiore ai 24 mesi e 4 uomini d&#8217;equipaggio. Durante il volo non é segnalato nessun problema, ma poco prima delle 21 del DC 9 si perdono le tracce radar. La mattina dopo tutti i giornali riportano notizie della tragedia e si cominciano anche a fare le prime ipotesi sulle cause del disastro. Passano i giorni; la lettura dei giornali ci permette di capire le prime inquietudini: “Il silenzio delle autorità alimenta i sospetti di una collisione. Forse i radar della Nato hanno “visto” la tragedia del DC 9 scomparso in mare”, “Il DC 9 Itavia aveva strutture logore oppure é stato investito da ‘qualcosa’ ”.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi in fretta di Ustica non si parla più. Scende sulla vicenda un lungo silenzio fino al 1986 quando un appello al Presidente della Repubblica viene inviato da Francesco Bonifacio, Francesco Ferrarotti, Antonio Giolitti, Pietro Ingrao, Adriano Ossicini, Pietro Scoppola e Stefano Rodotà. Si chiede che “qualsiasi dubbio anche minimo, sull&#8217;eventualità di un&#8217;azione militare lesiva di vite umane e di interessi pubblici primari sia affrontato.”<br />
Viene fondata anche l&#8217;Associazione dei parenti della vittime della strage di Ustica perché, ricorda Daria Bonfietti “appariva sempre più chiaro che coloro che lottavano contro la verità esistevano, erano esistiti fin dagli istanti successivi il disastro e operavano a vari livelli, nelle nostre istituzioni democratiche, per tenere lontana, consapevolmente la verità”.
</p>
<p style="text-align: justify;">Le indagini procedono a rilento: solo il 16 marzo 1989 il primo collegio peritale, nominato nel novembre 1984 &#8211; a quattro anni dalla tragedia -consegna al giudice istruttore Bucarelli la sua relazione. I sei periti che compongono il collegio rilasciano alla stampa una breve dichiarazione: “Tutti gli elementi a disposizione fanno concordemente ritenere che l&#8217;incidente occorso al DC9 sia stato causato da un missile esploso in prossimità della zona anteriore dell&#8217;aereo. Allo stato odierno mancano elementi sufficienti per precisarne il tipo, la provenienza e l&#8217;identità”. Ricevono dal giudice il compito di proseguire le indagini per identificare il tipo di missile, ma le forti pressioni fanno vacillare le iniziali certezze investigative: due periti su sei non sono più certi del missile. Poi, a seguito di uno scontro con l’on. Giuliano Amato, che ha seguito la vicenda come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Bucarelli abbandona l&#8217;indagine, che viene affidata al giudice Rosario Priore.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><object style="width: 361px; height: 361px;" classid="clsid:166b1bca-3f9c-11cf-8075-444553540000" width="361" height="361" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/director/sw.cab#version=8,5,1,0"><param name="sound" value="true" /><param name="progress" value="true" /><param name="autostart" value="true" /><param name="swliveconnect" value="false" /><param name="swstretchstyle" value="none" /><param name="swstretchhalign" value="none" /><param name="swstretchvalign" value="none" /><param name="src" value="http://www.museomemoriaustica.it/video/ero_nato_per_volare.swf" /><embed style="width: 361px; height: 361px;" type="application/x-director" width="361" height="361" src="http://www.museomemoriaustica.it/video/ero_nato_per_volare.swf" swstretchvalign="none" swstretchhalign="none" swstretchstyle="none" swliveconnect="false" autostart="true" progress="true" sound="true"></embed></object>
</p>
<p style="text-align: justify;">Con il passare del tempo l&#8217;opinione pubblica diventa protagonista di un&#8217;ampia mobilitazione che porta il Parlamento ad interessarsi direttamente della vicenda con la Commissione Stragi, presieduta dal compianto senatore Libero Gualtieri, che approva nell&#8217;aprile del 1992 una relazione: “per la Commissione è possibile indicare al Parlamento le responsabilità delle istituzioni militari per avere trasformato una ‘normale’ inchiesta sulla perdita di un aereo civile, con tutti i suoi 81 passeggeri, in un insieme di menzogne, di reticenze, di deviazioni, al termine del quale, alle 81 vittime, se ne è aggiunta un&#8217;altra: quell&#8217;Aeronautica militare che, per quello che ha rappresentato e che rappresenta, non meritava certo di essere trascinata nella sua interezza in questa avventura”.<br />
Il 15 maggio 1992 i generali, ai vertici dell&#8217;Aeronautica all’epoca dei fatti, sono incriminati per alto tradimento, “perché, dopo aver omesso di riferire alle Autorità politiche e a quella giudiziaria le informazioni concernenti la possibile presenza di traffico militare statunitense, la ricerca di mezzi aeronavali statunitensi a partire dal 27 giugno 1980, l&#8217;ipotesi di un&#8217;esplosione coinvolgente il velivolo e i risultati dell&#8217;analisi dei tracciati radar, abusando del proprio ufficio, fornivano alle Autorità politiche informazioni errate.”<br />
Nei primi mesi del 1994 vengono resi noti i risultati delle perizie ordinate dal Giudice Priore. Queste perizie parziali, che dovrebbero essere le fondamenta della perizia conclusiva, escludono che sul DC9 sia esplosa una bomba. Non ci sono tracce di esplosione sui cadaveri, non ci sono segni di “strappi” da esplosione sui metalli, le analisi chimiche non danno spazio all&#8217;ipotesi di una bomba e anche gli esperimenti e le simulazioni di scoppio danno risultati negativi. Invece, alla fine del luglio 1994 gli stessi periti si pronunciano per la bomba, anche se poi non sanno dire come era fatta, né dove era collocata. Ma per i PM Coiro, Salvi e Rosselli e lo stesso giudice Priore, “il lavoro dei periti d&#8217;ufficio é affetto da tali e tanti vizi di carattere logico, da molteplici contraddizioni e distorsioni del materiale probatorio da renderlo inutilizzabile”. Restano comunque molti dubbi sull’attività di quei periti, alcuni dei quali sono stati estromessi, per indegnità, dal loro ruolo proprio dal giudice istruttore che li aveva nominati.<br />
Le indagini si concentrano allora sullo scenario radar, e per capire la situazione di un cielo che si vuol far credere vuoto da ogni presenza di aerei militari si chiede anche la collaborazione della Nato.<br />
E così, a fine agosto del 1999, il giudice Rosario Priore concludendo la più lunga istruttoria della storia giudiziaria del nostro Paese può sentenziare “l&#8217;incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento”. Dunque c’era la guerra, quella notte del 27 giugno 1980 nel cielo di Ustica e il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto.<br />
Nell’ottobre del 2000 inizia il processo davanti alla terza sezione della Corte d&#8217;Assise di Roma contro i vertici dell’Aeronautica che nell‘aprile 2004 vengono assolti per prescrizione; si riconosce comunque che hanno omesso di riferire alle autorità politiche i risultati dell&#8217;analisi dei tracciati radar di Fiumicino/Ciampino &#8211; (i nastri di Ciampino sono quelli in cui tanti, negli anni successivi, hanno poi visto la presenza di una manovra d&#8217;attacco al dc 9) &#8211; conosciuti nell&#8217;immediatezza della tragedia, e hanno fornito informazioni errate alle autorità politiche escludendo il possibile coinvolgimento di altri aerei militari nella caduta dell&#8217;aereo civile.<br />
Intanto però la maggioranza ha cancellato dal nostro ordinamento il reato di alto tradimento &#8211; o meglio lo ha mantenuto soltanto nel caso che ci sia uso della forza &#8211; e quindi è abbastanza scontata la successiva assoluzione in Appello, poi confermata, all’inizio del 2006 dalla Cassazione.<br />
Dopo questa conclusione processuale, ha commentato Maurizio Costanzo “Dopo 26 anni veniamo informati che l&#8217;abbattimento di un aereo ad Ustica, che ha provocato tanti morti, non ha nessun colpevole.
</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Marzo 2008 la magistratura ha riaperto l’inchiesta.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tratto dal sito del Museo di Ustica: http://www.museomemoriaustica.it</p>
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		<title>Ma guerre à l&#8217;indifference</title>
		<link>http://www.nientedigrave.it/2009/10/ma-guerre-a-lindifference/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 10:29:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Storie ed incontri]]></category>

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		<description><![CDATA[Laura Dolci Kanaan: Jean Sélim, martire della pace e dell&#8217;umanesimo
12.4.2005, Una Città nr 126 febbraio 2005 www.unacitta.it
La storia di Jean-Sélim Kanaan, funzionario Onu, impegnato per anni in Bosnia e Kosovo, morto a Baghdad nell’attentato contro la sede Onu dell’agosto del 2003 all’età di trentatré anni. Il riconoscimento della Francia alle vittime del terrorismo. Le critiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">Laura Dolci Kanaan: Jean Sélim, martire della pace e dell&#8217;umanesimo</div>
<div style="text-align: justify;"><span>12.4.2005</span>, <span>Una Città nr 126 febbraio 2005 www.unacitta.it</span></div>
<p style="text-align: justify;">La storia di Jean-Sélim Kanaan, funzionario Onu, impegnato per anni in Bosnia e Kosovo, morto a Baghdad nell’attentato contro la sede Onu dell’agosto del 2003 all’età di trentatré anni. Il riconoscimento della Francia alle vittime del terrorismo. Le critiche mirate, anche impietose, all’Onu che, comunque, resta insostituibile. La critica di Jean-Sélim a un pacifismo troppo dogmatico. Intervista a Laura Dolci.</p>
<p>Laura Dolci Kanaan, bolzanina, dopo aver lavorato nella missione di pace dell’Onu in ex Jugoslavia è stata sindaco Onu di Obilic, una cittadina in Kosovo di trentamila abitanti. Prima di essere trasferita nella sede di Ginevra, ha lavorato a New York, nel palazzo dell’Onu.<br />
Il libro di Jean-Sélim Kanaan a cui si fa riferimento nell’intervista è La mia guerra all’indifferenza, uscito in Italia per Marco Tropea Editore.</p>
<p>Non sono andata al Cairo, è stato bruttissimo per me non andare, ma mio figlio aveva un mese e non era vaccinato. Poi era piena estate, c’erano cinquanta gradi, io lo allattavo al seno… Per miracolo il latte era rimasto e il dottore mi ha detto: “Signora, è un miracolo che lei stia in piedi, che il bambino stia bene, non si sottoponga a questo”. Era stato già un tour de force… perché il funerale è stato dieci giorni dopo la morte, tanto c’era voluto prima che il corpo tornasse a casa. Però avevo voluto io che fosse sepolto al Cairo e conoscevo il cimitero perché ero stata sulla tomba di suo padre.<br />
Al Cairo ci sono andata soltanto a febbraio di quest’anno, dopo sei mesi. Mi sono portata dietro il piccolino, e quando sono arrivata sulla tomba… Avevo lasciato carta bianca alla famiglia per la lapide, e la zia s’era presa l’arbitrio, uno: di mettere la “c” al cognome, e poi di mettere “dottore”, “dottor Jean-Sélim Canaan”. Io arrivo davanti alla tomba e faccio: “Ma zia…”. E lei: “Da morto non mi poteva più dire niente, quindi la “c” se l’è beccata”. “E per il “dottore” con tutto quello che ha fatto è più che dottore, quindi il titolo di dottore se l’è guadagnato”. E poi sotto, in arabo, hanno fatto scrivere “martire”, shaid, “per la pace e per l’umanesimo”. Molto bello.</p>
<p>Già, la “c” al posto della “k” di Kanaan. E’ una vecchia storia della sua famiglia. Il ramo di mio marito, che poi era l’unico che aveva prodotto il maschio, e che quindi “teneva” il nome, scrive il nome con la “k”, perché il suo papà, al tempo di Nasser (non ho mai capito bene la storia, suo padre è morto che Jean-Sélim era adolescente, quindi nemmeno lui la storia l’aveva potuta sapere bene) fece cambiare il nome perché la “c” non è un suono arabo, mentre la “k” sì. Quindi fece arabizzare il nome. L’altro fratello, che, fra l’altro, produceva solo femmine, ha tenuto il cognome con la “c”, e quindi ogni volta che Jean-Sélim tornava in Egitto questa storia saltava fuori a tavola, in famiglia: “Devi rimettere il nome con la “c””. E lui: “No, no, papà aveva ragione, con la “k”, siamo tutti arabi”, e faceva arrabbiare tutti i parenti… Perché i cristiani d’Egitto sono convinti di discendere in linea diretta da Kheope, gli arabi sono arrivati dopo. Insomma, Jean-Sélim prendeva sempre in giro sua zia, ma in maniera bonaria, alla fine si finiva tutti a ridere.<br />
Sì, i Kanaan sono cattolici melchiti, quindi minoranza delle minoranze. E’ una comunità che si è sviluppata lungo il Mediterraneo, in tutto mi sembra che siano diecimila-quindicimila al mondo, soprattutto in Siria, in Libano, fino in Egitto. Praticamente sono cattolici, hanno riconosciuto il papa, però il rito è bizantino. Poi sono talmente pochi che si sposano anche con i copti o con gli ortodossi, è abbastanza che siano tra cristiani. Infatti il funerale, quello a Parigi, l’abbiamo fatto nella chiesa dedicata a questa comunità, che è molto bella, è una delle chiese più vecchie di Parigi, si chiama St. Julien le Pauvre ed è attaccata a Notre-Dame. Come dicevo il rituale è bizantino, quindi con le icone e i canti. Il funerale è tutto cantato in una mescolanza di greco antico, di arabo e di aramaico. Fa molta impressione.<br />
Poi quando il corpo è arrivato in Egitto, hanno fatto la cerimonia anche nella chiesa cattolica melchita della parrocchia della famiglia, ce ne sono diverse in Egitto. E’ stato un funerale cantato, anche più bello -mi hanno detto- di quello di Parigi. E poi il cimitero antichissimo, nella vecchia Cairo, con queste pietre vecchie, con il muro limitrofo al cimitero copto. Vicino c’è il convento di San Giorgio, la chiesa di Marie Guirguis, c’è una vecchissima sinagoga… Da fuori non ti rendi neanche conto che è un cimitero perché ci sono degli scavi archeologici, degli scavi di fognatura, e poi entri e c’è la vecchia baracca del custode, dove vive la sua famiglia, tre o quattro bimbi (quando tu arrivi gli dai quattro lire egiziane e ti puliscono la tomba, buttano l’acqua, perché la sabbia del deserto copre tutto). Sono entrata e non mi hanno visto perché erano in casa; ero davanti alla tomba di mio marito e dopo un po’ è sbucato da dietro un angolo il custode, col suo turbante, questo vecchio volto da egiziano, questo sorriso, e mi ha portato la sedia per sedermi davanti alla tomba di Jean-Sélim. Incredibile, e poi a chiedermi del baby, “Dov’è il baby?”. Ho passato due ore e mezzo al cimitero con la sua famiglia, abbiamo bevuto il tè. E’ un gran popolo, vengono da lontanissimo…</p>
<p>Anche decidere cosa fare non è stato facile perché uno non è certo preparato… Abbiamo avuto qualche giorno per ragionare insieme perché la salma ci ha messo un po’ di tempo per tornare a casa. Io all’inizio avevo pensato di seppellirlo a Roma. Jean-Sélim era nato a Roma e Roma era la sua città. Però poi non lo so, ho pensato all’infanzia… Noi ci siamo sposati a Roma, ho ragionato con sua madre, e poi ho pensato: “Magari non è giusto, Il Cairo è stata la città della gioia”. E poi al Cairo era sepolto il padre che è stato fondamentale nella sua vita. Alla fine abbiamo deciso: la sepoltura al Cairo e il funerale a Parigi, perché poi Jean-Sélim era francese. Era tante cose. Era egiziano, ma di crescita, di educazione, di forma mentis era europeo, quello francese era il suo primo passaporto, quindi&#8230;</p>
<p>Sì, la Francia ha fatto molto, la Francia per questo è un paese speciale… Gli hanno dato anche la Legion d’Onore postuma. I francesi sono molto più avanti forse perché il terrorismo islamico a casa loro l’hanno avuto dagli anni ’90 con le bombe nella metropolitana. Fatto sta che loro hanno una legge sul terrorismo, hanno un fondo per le vittime di terrorismo e hanno anche adattato alle vittime di terrorismo tutta una serie di istituti creati per le guerre, come il Pupillo della Nazione per l’orfano di guerra, e la Vedova Civile. In questo modo hanno riconosciuto il terrorismo come qualcosa di diverso dalle altre morti “comuni”… Non sono venuti da me perché io non sono francese ma c’era il minore francese, perciò dopo un paio di mesi dalla morte di mio marito mi hanno rintracciato per spiegarmi tutto quello che c’era a disposizione per la famiglia di una vittima di terrorismo. Così mio figlio ha ricevuto una compensazione, cioè gli è stata calcolata la perdita economica di un padre… Un mese fa, dopo un anno di pratiche, ho ricevuto la sentenza di uno dei tribunali di competenza in cui letteralmente sta scritto: “La Nazione (con la enne maiuscola) adotta il minore Mattia Sélim Kanaan in quanto suo padre è deceduto a Baghdad per mano terrorista, lavorando in seno all’Onu, e quindi lo dichiara Pupillo della Nazione”. Che era la formula che usavano, e usano tuttora, nelle guerre quando i bambini rimanevano orfani perché i padri perdevano la vita al fronte. E probabilmente è quello che fanno tuttora.<br />
Infatti io adesso volevo scrivere all’Onu per raccontare quest’esperienza francese, perché sono convinta che in Europa non esista da nessun’altra parte. Ho letto che il Consiglio d’Europa ultimamente ha discusso una specie di documento guida per le vittime del terrorismo, ma senza arrivare a nessuna decisione.<br />
Siamo proprio ancora agli albori, ma secondo me bisogna procedere su quella strada. Ci dev’essere un riconoscimento, perché morire per mano terrorista non è come morire di un ictus. Qualcuno deliberatamente ha deciso di compiere un atto criminale contro un gruppo di civili inermi.<br />
In Francia c’è anche un’associazione che fa un lavoro straordinario. E’ stata fondata da una signora molto conosciuta nel suo paese, rimasta vittima di uno di questi attentati orribili negli anni ’90. Lei era seduta a un tavolo di un ristorante parigino e stava festeggiando il suo anniversario di matrimonio, quando scoppiò la bomba e lei si è ritrovò all’improvviso in un’altra vita… E’ come uno stupro, la tua vita viene sconvolta. Ti sei svegliata la mattina, andava tutto bene, la tua vita era normale, e poi, in un attimo, cambia completamente. Cambia quella di chi sopravvive a un attacco e cambia quella dei familiari di chi trova la morte. Non hai appello, non ti hanno chiesto nulla. Sarei quasi più tranquilla se Jean-Sélim fosse stato ucciso con una pistola da uno che a Baghdad voleva uccidere proprio lui, perché aveva fatto qualcosa di specifico che aveva disturbato qualcuno. Invece Jean-Sélim è morto perché c’era un simbolo da attaccare. E se fosse stato seduto alla sua scrivania, nel lato buono del palazzo, come lo era fino a cinque minuti prima della bomba, se non fosse andato nell’ufficio di De Mello, sarebbe vivo, magari ferito, mutilato, ma vivo. Non ha veramente senso.<br />
Così questa signora, dopo essersi ripresa da un calvario di operazioni su operazioni, ha deciso di promuovere un movimento di sensibilizzazione e ha creato questa organizzazione non governativa che si chiama Sos Attentats. Ed è stato questo suo gruppo a far pressione affinché la Francia adottasse tutte queste misure specifiche. Si chiama Françoise Rudetzki. E’ una donna molto forte. E mi ha chiamato, è venuta in soccorso anche a me. C’è un’esigenza di riconoscimento, ho cercato di spiegarlo all’Onu, ma non lo capiscono. Non è solo il soldo, il risarcimento. Quando ti succede una cosa del genere, è fondamentale che socialmente ci sia un riconoscimento che quello che ti è successo non è una cosa di tutti i giorni. Non si muore, non si dovrebbe morire così tutti i giorni. Beh, sono molto contenta che la Francia questo minimo sforzo l’abbia fatto. Il fatto che in casa mia, appesa al muro, ora ci sia la medaglia alla Legion d’Onore a mio marito, che ci sia un pezzo di carta che dice che la Nazione ha adottato il piccolino, insomma, non riporta certo indietro Jean-Sélim, ma ti fa sentire molto meno sola in questo dramma. E forse le famiglie dovrebbero mettersi in contatto fra loro. Perché siamo in tanti al mondo, siamo ormai una categoria sociale. E siamo di tutte le nazionalità. Vedove, orfani, fratelli…</p>
<p>Io le madri di Srebrenica le ho incontrate, ho partecipato al loro dolore, ho provato a mettermi nei loro panni… Ma ora so che finché non succede a te non puoi avere la percezione… Poi io un corpo l’ho ritrovato. Trovo brutto che nessuno sui giornali ricordi quello che starà passando la vedova di Baldoni che non ha neanche un corpo. Quando non hai il corpo non sai esattamente cosa sia successo fino alla fine. Ed è orribile. Pensiamo alle mogli o alle madri dei desaparecidos….<br />
Già, sembrerà anche irrazionale, ma ritrovare il corpo è fondamentale. Io non sapevo niente di Baghdad, non c’erano notizie, mi hanno detto soltanto che Jean-Sélim è stato uno dei primi due riconosciuti, quindi mi hanno fatto capire fin dall’inizio che era possibile riconoscerlo. Però quando il corpo è arrivato a Parigi, io non l’ho visto perché era sigillato, doveva andare al Cairo, e con tutte le leggi aeree… Poi mi hanno anche detto che in Iraq non c’erano le strutture per prendersi cura dei corpi e c’erano cinquanta gradi… Così non l’ho visto. E gli effetti personali questi dell’Fbi ci hanno messo tre mesi per ridarmeli, la fede di mio marito l’ho avuta dopo tre mesi. Tu non sei a fianco della persona che ami e che muore: è difficilissimo accettarlo. Io certe volte mi sveglio la mattina&#8230; è la tua psiche, il tuo corpo che lentamente devono accettare un’assenza. Oltretutto se non è una malattia, se non c’è stato un decadimento… io gli avevo parlato un’ora prima al telefono, e stava da dio. Eravamo una coppia felice. L’Onu queste cose non le capiva, ho dovuto litigare con il capo di gabinetto di Kofi Annan per spingerli a chiamare questi dell’Fbi. Avevano portato tutti gli effetti personali delle vittime in Texas dove sono rimasti tre mesi, e io a urlare: “Mio marito è stato riconosciuto? Sì? Allora, almeno ce l’aveva la fede al dito? Gliel’avete messa dentro la bara? Dov’è? Datemi qualcosa così che io possa incominciare… il lutto”.<br />
In francese, e anche in inglese, c’è quest’espressione del “fare il lutto”, che dà l’idea di un processo che deve iniziare. Per gli arabi, i musulmani, sono quaranta giorni. Tu devi dare il tempo e la possibilità a te stesso di accettare un’assenza. Non ti abitui a un’assenza così. Soprattutto se è stata violenta, se è stata una lacerazione.<br />
Questa è psicologia di base. E sono rimasta molto delusa che la mia organizzazione, che praticamente sono cinquanta, sessant’anni che ha a che fare con questi problemi non lo capisca. E per fortuna che ci conoscevano tutti, anch’io lavoro per le Nazioni Unite, quindi so a chi telefonare. Ma se fosse stata la vedova italiana che parlava solo italiano? Io mi sono messa a gridare al telefono: “Voglio almeno un oggetto, tutto il resto me lo classificate, metteteci tutto il tempo, ma una cosa mi deve arrivare prima. Non posso aspettare sei mesi”. Perché è difficile, non ce la fai. Poi, io non dico di essere stata preparata, però questo è il nostro lavoro. Mio marito lo faceva per professione. Non era andato in vacanza a Parigi, era andato a Baghdad, in uno dei posti più pericolosi della terra. Ma se tu sei la vedova di quello che è saltato in aria nel treno di Madrid o di uno che lavorava nelle Twin Towers come stock exchanger, che sarà stata pure una persona poco simpatica, però alla mattina era andato in ufficio, aveva bevuto una tazza di caffè e stava lavorando al computer… Per questo, secondo me, ci dovrebbe essere un po’ più spazio, nel dibattito generale, per pensare alle vittime del terrorismo…</p>
<p>Il 19 agosto di quest’anno c’è stata finalmente una cerimonia. A Ginevra, col segretario generale dell’Onu e tutte le famiglie delle vittime. E’ stato molto importante ritrovare tutte le altre famiglie. Eravamo tanti, da ogni parte del mondo. C’erano anche i poveri iracheni… E se sei vedova in Iraq con tre bambini, sei molto più vedova di me e loro sono molto più orfani di mio figlio. E’ stata una cerimonia molto dignitosa. Io mi sono data da fare, ho chiamato tutte le famiglie per dire: venite. E’ difficilissimo non essere sulla tomba del proprio caro almeno il primo anniversario, ma forse era più importante che lo condividessimo insieme. Anche perché non ci saranno tante altre opportunità. Le lingue erano tantissime ma ci siamo capiti. E andavi dalla mamma di Fiona Watson, che vive nella Scozia più profonda, in un paese di pescatori, alla madre di mio marito, alla vedova irachena che non sa come arrivare alla fine del mese, che doveva ritornare in quello schifo dopo la cerimonia. Poi c’erano tre americani. C’erano, penso, quattro o cinque confessioni religiose. Il terrorismo colpisce tutti.</p>
<p>Si dovrebbe arrivare a una condanna e a una definizione universale di che cos’è il terrorismo e i paesi arabi dovrebbero fare la loro parte. Poi, sul perché il terrorismo trovi terreno fertile si può discutere, anche sulla condanna agli occupanti in Iraq, o sul perché esistono campi come Jenin, eccetera, eccetera; d’accordo, ma, secondo me, il terrorismo non può mai essere giustificato… Perché prendersela con della gente che non c’entra niente? Il mondo arabo questo ancora non l’ha detto a voce alta. Rimane troppa ambiguità.<br />
Insomma, si dovrebbe essere un po’ più chiari, si dovrebbe arrivare a una definizione universale, accettata da tutti. Del tipo: il terrorismo è attaccare e uccidere in maniera indiscriminata i civili, punto. Dopodiché, su tutte le altre cose possiamo anche parlare… Però neanche a questo si arriva. All’Onu non ne escono fuori.<br />
Ci sono dei giorni che mi dico che non vale per niente la pena, poi… ho un figlio, che è lì, che è nostro, che dà il senso al perché siamo qui. Allora la forza la devi trovare dentro di te comunque. Tutti i giorni. Ma la cosa più forte, quella che non mi aspettavo, è che tutti i santi giorni non hai la possibilità di delegare, non ti è consentito. Sei tu al centro. Io certe volte vorrei svitare la testa e appoggiarla sul tavolo, e girare almeno mezz’ora senza testa, ma questo è un lusso che non ti è dato… Se non avessi avuto Mattia, non lo so cosa avrei fatto, ma non mi è neanche consentito pormi il problema perché c’era e quindi ce ne occupiamo.<br />
Ho ricevuto tantissime lettere, e d’altra parte avevamo conoscenti e amici in tutto il mondo. Non ho ancora avuto il coraggio di rispondere. Le ho messe tutte in un posto. Tanta gente ha voluto testimoniare il fatto di aver conosciuto Jean-Sélim magari per cinque minuti e di esserne rimasta toccata… Però poi ho ricevuto diverse lettere, di uomini, di giovani uomini, che mi dicevano di aver letto la storia sui giornali e mi volevano testimoniare la possibilità di diventare dei buoni uomini, dei good men, anche senza un padre. Queste lettere mi hanno dato un conforto particolare: “Signora non si preoccupi, si può diventare degli uomini solidi, bravi, anche senza un papà”. Sono parole che ti arrivano al cuore. Oppure lettere scritte a Mattia Sélim: “Caro Mattia, quando sarai più grande leggerai queste parole. Sappi che io il tuo papà l’ho conosciuto…”.<br />
Io non ho ancora avuto la forza, perché uno deve stare un po’ meglio, ma vorrei tanto scrivere alle vedove di Nassyria… Lo senti molto di più il legame con le persone che subiscono un sopruso simile. Ci sono anche persone che rimangono come paralizzate, che non ce la fanno, non sanno che cosa fare. Forse è anche perché delle morti così, che non si spiegano, ti fanno pensare alla fragilità, alla vulnerabilità di tutti noi, al passaggio terreno, per cui la gente ha paura ad avvicinarsi perché non ce la fa a fare i conti con se stessa. Non voglio neanche giudicare. So che c’è gente che sta male all’idea di vedermi con in braccio mio figlio, per loro è un’immagine insostenibile. Poi più passa il tempo più queste persone probabilmente si sentono in imbarazzo: “Non mi sono fatto vivo”, e quindi il silenzio diventa permanente&#8230; Forse dovrei essere io a rompere il ghiaccio…</p>
<p>Jean-Sélim era una persona speciale, era un ragazzo con un cuore d’oro, e colpiva molto. Ovunque entrava si creava della luce, del movimento. Poi non lo so, sarà anche perché eravamo sposati da poco, era arrivato il bambino, eravamo in un momento di bolla d’amore… Mi sono resa conto che da quando lui non c’è più, è come se io stessa in prima persona, e con me una serie di persone, invece che piombare nell’abisso, pensando a Jean-Sélim cercassimo di essere un po’ migliori. Ci chiediamo com’era Jean-Sélim, come si sarebbe comportato. E’ come se coi propri atti si cercasse di tenere in vita lo spirito di una persona. Non succede solo nella mia famiglia, che è stata sempre molto unita, anche nell’affrontare questa prova, e che il calice a Jean-Sélim lo solleva sempre e penso che sarà così per i prossimi sessant’anni. Ci sono tante altre persone che non fanno parte del clan stretto, che tengono in alto la fiamma. E’ commovente. Un nostro amico americano, che oltretutto è un ex-marine, mi ha telefonato per dirmi che il suo ultimo bambino l’ha chiamato Thomas Sélim. Gli ho detto: “Guarda, che tuo figlio lo fermeranno sempre nella vita…”.</p>
<p>Jean-Sélim era attratto dai grandi uomini politici. Un po’, forse, perché aveva perso il padre che lui stimava tantissimo, e che era un personaggio pubblico. E così si faceva quasi adottare…<br />
Era un grande lettore, consumava tantissimi libri, era curioso, si istruiva e aveva una grandissima ammirazione per chi sapeva analizzare i problemi e comunicare le soluzioni. Per esempio è stato in adorazione di Kouchner per tantissimo tempo, si era appassionato… Poi non era dogmatico per cui prendeva dove aveva interesse. Anche nel suo anno di master ad Harvard col suo patrono (in America hanno il patrono dell’anno scolastico) che quell’anno era Hallbrook, aveva un grande bisogno di confrontarsi. Infatti i suoi grandi amici, alla fine, erano sempre dei modelli, erano sempre più grandi di lui.<br />
Aveva bruciato le tappe, facendo tantissimo, ma aveva solo trentatré anni, quindi anche in seno all’Onu si sentiva percepito ancora come il ragazzo pieno di buona volontà, molto operativo, molta azione, quando invece lui sapeva di avere anche una testa. Questa era una grande frustrazione per lui. Il paradosso, e questa è la cosa che mi brucia di più, è che dall’11 settembre, Jean-Sélim aveva previsto tutto quel che sarebbe successo, compreso, con un anno di anticipo, il pantano dell’Iraq.<br />
Mi manca molto discutere con lui, perché era due o tre semafori più avanti, sempre. Era molto più intelligente di me.<br />
Quel che non aveva visto è che poteva esserci anche l’Onu nell’11 settembre. Questo non l’ha visto nessuno ed è stato un errore fatale. Ma tutto il resto c’era nell’equazione… Jean-Sélim aveva un grande istinto dei trend, per cui secondo me, sì, sarebbe andato lontano. Diceva: “Un giorno mi candiderò al Parlamento Europeo”. Forse per quello c’era in lui l’idea di tornare in Europa, di far base in Europa. Prima o poi ci avrebbe provato.<br />
Era anche impaziente. C’erano proprio dei momenti che non ce la faceva. Mi dicevano che già a sei o sette anni faceva le prenotazioni aeree per i suoi genitori. Era un organizzatore, ma aveva anche fortissima l’attenzione al dettaglio, cosa che spesso gli organizzatori non hanno. Come si dice in inglese, ti appassioni alla big picture, ma ti stufi della scemenza. No, lui aveva tutte e due le cose. Era fin troppo meticoloso… Per partire si preparava una settimana prima, ma non perché non fosse abituato a viaggiare, praticamente passava la vita sugli aerei, ma perché voleva prevedere tutto… Lo prendevamo in giro, noi familiari, perché non lasciava mai niente al caso, mai. Lui entrava in un luogo pubblico e, forse anche per deformazione professionale, sembrava avesse un radar incorporato, fotografava tutte le uscite di sicurezza… Sapeva esattamente come si sarebbe comportato in caso qualcosa fosse andato storto. Col tempo, conoscendomi, aveva anche imparato a rilassarsi un po’, ma era come se su di sé trasportasse sempre un carico, era un po’ la sua condanna. Questo era il Jean-Sélim più intimo che la gente non vedeva. Ma era così. Non si dava pace.</p>
<p>Le cifre sulle case ricostruite in pochi mesi in Kosovo sono verissime. C’è un documentario, fatto all’epoca di Kouchner che si chiama “Good Morning Kosovo”, prodotto da France 2, in cui c’erano tantissime immagini di Jean-Sélim (adesso France 2 vorrebbe fare un documentario proprio su Jean-Sélim) e lì si vedeva bene come lavoravano, come veniva concepita l’idea, poi la logistica, poi i mezzi, infine l’accertamento dei risultati e la creazione del sistema di verifica. E tutto questo Jean-Sélim l’aveva fatto in prima persona.<br />
Lì poi c’era questo concetto rivoluzionario di dare i soldi direttamente nelle mani dei kosovari… perché altrimenti l’inverno l’avrebbero passato al freddo. E c’è un passaggio nel documentario dove si vede Jean-Sélim che, entrando in una di queste stanzette dove si davano i soldi, e avveniva la controverifica, sgama la vedova, o la pseudovedova kosovara, che molto probabilmente non ne aveva diritto. E, insomma, lo si vede intervenire come un falco. Ecco, anche nella big picture, nel grande disegno, Jean-Sélim si ricordava i nomi e i numeri di tutti e di tutto. Era un computer vivente, non gli sfuggiva mai niente.<br />
Certo, c’era stato l’appoggio politico di Kouchner, che aveva detto: “Si fa così”, ma c’era stato anche il resto dell’Onu, l’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari dell’Onu che aveva detto: “Non si fa così”. Ma Kouchner aveva insistito: “I kosovari non possono passare l’inverno nelle tende”. E così Jean-Sélim con un paio di volonterosi, con il Nocs dietro, e i soldi dei francesi e dei giapponesi, s’era messo al lavoro, in una situazione in cui non c’erano neanche le strade per portare il materiale e i soldi. Li doveva andare a prendere lui personalmente a Skopje con dei voli improbabili… Sì, 2837 case ricostruite fra il 10 ottobre del ‘99 e la fine del gennaio 2000, un tetto per circa 30.000 persone.</p>
<p>Cosa criticava dell’Onu Jean-Sélim? Beh, innanzitutto il malomodo, il “non modo” con cui si occupa dei suoi. E questo è vero. Sono convintissima che anche dopo il 19 di agosto del 2003 per ottomila dipendenti c’è sempre un solo psicologo, così com’era prima. Non è che hanno aumentato il numero. Io all’Onu gliel’ho detto dopo la morte di Jean-Sélim: andare verso la vittima è anche una questione di semplice atteggiamento, non è solamente una questione di contenuto. Su questo lui si dibatteva e criticava dal di dentro. E io continuo a farlo.<br />
Perché sono rimasta? Mi è costato anche fatica, per me è stata una decisione filosofica: cosa faccio? Certo, Jean-Sélim è morto anche perché abbiamo della gente incompetente all’Onu, dei funzionari della sicurezza… Ed è evidente che non c’è stato un tentativo veramente onesto da parte del segretariato dell’Onu di fare un’autoanalisi, un’autocoscienza, una pulizia anche di una serie di cariatidi che si aggirano nel sistema. Muoiono ventidue persone, con centocinquanta feriti, e salta una testa sola. Ecco, questa era un’altra critica di Jean-Sélim: l’Onu è un sistema dove non si può fare critica, è un sistema estremamente autodifensivo. Ma poi ho deciso di restare per una serie di ragioni. Una perché naturalmente ci sarebbero stati troppi cambiamenti, troppe scelte tutte nello stesso tempo. Due: in famiglia la bandiera azzurra c’era. Se Jean-Sélim fosse qui, Mattia Sélim e i nostri altri figli che sarebbero venuti avrebbero respirato quest’aria, sarebbero cresciuti sicuramente in questo ambiente. Io vorrei cercare in tutti modi di essere il più possibile coerente con quello che avremmo fatto insieme in tutto e per tutto, nella crescita dei nostri figli. E poi, terzo, perché rimanendo dentro, forse ancora una minima differenza ogni tanto la posso fare, soprattutto per quello che riguarda il post 19 agosto… Io sono la memoria su due piedi, non mi possono non vedere. Quando sei fuori, invece, sei fuori.</p>
<p>D’altra parte Jean-Sélim nell’Onu ci credeva, continuava a crederci. Diceva: sono gli stessi stati che ci sputano sopra che poi lo chiamano. Prendi il peace keeping: nei posti dove nessuno vuole andare in prima persona si chiede all’Onu di andarci. Il peace keeping onusiano, quello col casco blu, sta esplodendo. Nello stesso anno in cui sembra che l’Onu sia fallita per via dell’Iraq, hai quattro nuove missioni di peace keeping, create ex-novo, di cui chiaramente i giornali normali non parlano mai. Per cui, sai, è un mondo abbastanza schizofrenico il nostro…<br />
Che poi le truppe siano quelle dei paesi meno avanzati è vero; l’ho detto: è un esercito di poveri, il primo contributore è il Bangladesh, poi c’è il Pakistan e, terza, la Nigeria; il primo paese europeo è la Polonia, l’Italia è quarantaseiesima. Però funziona: i caschi blu ci sono, a Haiti, in Liberia, in Costa d’Avorio, in Burundi, tutti posti per intervenire nei quali il Consiglio di Sicurezza trova immancabilmente un accordo unanime. Ci sono delle storie che non vengono raccontate sui giornali, il che, alla fine, vuol dire che la cosa sta procedendo. In Sierra Leone, oggi, abbiamo ancora diecimila uomini circa. Chiaramente tutti neri, non c’è un bianco. Però funziona.<br />
Alla fine, secondo me, come diceva Jean-Sélim, l’Onu è inevitabile. La stessa Nato va solo dove gli interessa andare, non andrebbe mai nei posti più disgraziati del mondo, dove non vanno neanche i giornalisti. Sono organizzazioni regionali che non possono diventare universali. Non ne hanno neanche la vocazione. Lo stesso per l’Unione Europea. Io sono andata al segretariato del Consiglio a Bruxelles, ci hanno creato anche degli uffici favolosi, però si vede quanto ci stanno mettendo a organizzare la nostra forza d’intervento, quanto è difficile prendere adesso la consegna del potere in Bosnia, dopo anni di presenza Onu, prima, e Nato poi. Alla fine della fiera l’Onu viene calpestata, ma, come diceva Jean-Sélim, non ci sono tante altre organizzazioni che possono dispiegare sessantamila uomini in giro per il mondo.</p>
<p>Sì, sull’Iraq Jean-Sélim diceva che bisognava far qualcosa. Per lui “era stato tutto sbagliato, però a questo punto qualcosa bisogna fare”…<br />
Probabilmente, la sua qualità più nobile era quella di non essere cinico, nonostante tutto quello che aveva visto e fatto, e toccato con mano direttamente. E nel nostro ambiente, nel nostro mondo, il cinismo è diffusissimo. Jean-Sélim me lo diceva col cuore, e in famiglia ne parlavamo tanto. Perché d’istinto ti vien da dire: se la sono voluta e che ci vadano loro nel pantano. Però poi c’è lo slancio, c’è, alla fine, la vocazione. Quella di dire: no, non ti puoi augurare che un popolo intero finisca nel baratro. E purtroppo ci sta finendo. Che poi il dibattito è ancora aperto, pure tra colleghi dell’Onu: che facciamo? Abbandoniamo? Torniamo? Infatti non è cambiato niente, anzi. Il pantano c’è, è più grande di un anno fa, ci sono ancora molte bugie. Fra l’altro dall’Iraq non arriva nessun tipo di informazione veramente obiettiva, non sai cosa succede, però da quello che posso capire io, ci sono intere porzioni di paese completamente off limits, penso che si siano estese grandemente le aree fuori controllo, checché ne dicano i giornali. Quindi anche se fai le elezioni, dove le fai? Come gestisci i controlli nelle zone fuori controllo? E fuori hai una situazione immutata, immobile: da una parte Bush che è sempre lo stesso Bush, dall’altra gli europei divisi come prima. Invece qui ci vorrebbe l’intelligenza di dire: ok, ci mettiamo a un tavolo e ognuno deve cedere un pezzo se veramente l’obiettivo supremo è quello di stabilizzare l’Iraq e tutta l’area che c’è intorno. E a quel tavolo deve esserci anche il mondo arabo. Ma di questo non si vede nulla… Passa una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che ti dice: “Ok, l’Onu deve rientrare, ci devono essere le elezioni, ma ci deve essere anche una forza specifica. Gli stati devono dare delle truppe per creare una forza che protegga la presenza Onu”. Tu le hai viste le truppe? Non si è mosso uno stato. Nessuno ha messo a disposizione due soldati per dire: “Facciamo lavorare l’Onu”. Abbiamo della gente che è fissa a Baghdad, chiusa dentro un bunker. E ne abbiamo una masnada che è ad Amman, pronta a entrare. I programmi sono pronti perché hanno avuto un anno per prepararli. Ma quando entri? E come entri? Hanno fatto arrivare di tutto in quel paese. Noi stiamo a discutere se è resistenza o no, ma di sicuro il paese è fuori controllo. Pensiamo anche solo ai criminali locali, che sanno che non c’è la legge. Chiunque faccia peace keeping questo lo sa benissimo: per mettere le basi di una convivenza pacifica, devi intervenire sull’ordine pubblico. Se non c’è la polizia, non c’è nulla. E’ stato il problema del Kosovo quando siamo entrati: non c’erano neanche le celle dove mettere dentro la gente. E ricordiamoci che l’Iraq non era una repubblica delle banane. Quello che scrive Jean-Sélim è vero: questi sono entrati e non sapevano come gestire ventotto milioni di abitanti. Ma ventotto milioni sono tanti. Già nel Kosovo, lo vediamo bene cos’è successo, dopo cinque anni siamo nel pantano. L’Iraq prima era una dittatura, ma adesso c’è il collasso di tutte le basi più elementari della vita umana.</p>
<p>Jean-Sélim non escludeva l’uso della forza, ma sosteneva che il ricorso ad essa deve avvenire soltanto dopo che si siano veramente esauriti tutti gli altri canali non violenti di intervento. Non era per niente dogmatico, ma perché aveva agito, aveva visto, era stato protagonista. Insomma sapeva, più di tante altre persone, che non c’è una formula magica di intervento e di gestione della fine di un conflitto e del post-conflitto. Sicuramente in alcune situazioni, quelle della Bosnia e del Kosovo erano state le più eclatanti, Jean-Sélim aveva caldeggiato l’ingerenza. L’ingerenza che si fa militarmente, per poi intervenire a livello umanitario e a livello politico. Non credo che la caldeggiasse per partito preso interventista ma perché, per l’appunto, non era dogmatico. Non c’è solo il pacifismo a tutti i costi, la via pacifica a tutti i costi, oppure, all’opposto, l’ingerenza, l’uso della forza sempre. E infatti per l’Iraq era contrario all’ingerenza. Però sulla Bosnia e sul Kosovo aveva vissuto in prima persona i lunghissimi anni dell’assedio e sapeva cosa vuol dire lasciare agonizzare un paese vicino a casa perché, come dice lui nel suo diario, carnefici e vittime venivano messi sullo stesso piano e invitati intorno a un tavolo.<br />
Ricordo bene il suo sollievo quando arrivarono i bombardamenti dopo Srebrenica, e poi nel ’99. Il giorno in cui Milosevic fu arrestato -allora vivevamo a New York- Jean Selim mi chiamò da un aereo ed era contentissimo. Era andato all’Aja a portare la testimonianza degli “angeli di Bihac”. “Non so con chi dividere la gioia”, “Chiama la hostess e dille di portarti qualcosa da bere. Fai un brindisi”, gli dissi. E lo fece. Perché per lui era: alla fine la giustizia trionfa. Una giustizia che trionfa coi muscoli. Ma quando servono per la giustizia i muscoli devono essere mostrati e usati. L’alternativa era che uno come Milosevic continuasse per altri dieci anni…<br />
Poi Jean-Sélim con i militari ci aveva lavorato. Li aveva visti in azione. Aveva visto che cosa può fare l’uso intelligente di un Apc (è un carroarmato, ndr). E quindi aveva visto come in alcune situazioni la collaborazione tra civili e militari sia utile, proficua ed efficace. Se ci fossero solo dei civili che girano come degli insetti a zonzo, non si arriverebbe a niente. Poi, detto questo, dipende anche da chi sono i militari vicino a te. E ci sono comunque zone, e situazioni, dove si può lavorare tranquillamente senza militari… Organizzazioni come Médecins sans Frontières non necessariamente devono avere dietro un carro armato pronto a intervenire. Ma in molte altre situazioni serve, eccome. Non avremmo rappacificato i Balcani senza cinquantamila soldati della Nato, parliamoci chiaro.</p>
<p>La frustrazione enorme di quegli anni è stata proprio quella che non si rispondeva. Invece quando serve serve. Chi ha fatto peace keeping lo sa bene che certe volte basta veramente poco, basta che si levi un elicottero… Questa, tra l’altro, è una delle cose che il segretariato chiede agli stati industrializzati: “Non mi vuoi dare i tuoi uomini, dammi il mezzo, dammi l’ospedale da campo. La truppa me la può dare chiunque”. Un elicottero da combattimento è utile anche se lo tieni lì fermo, sanno che c’è, e se parte la follia generale a Free Town, tu alzi l’elicottero da combattimento e potrebbe bastare. E’ in sé una deterrenza.<br />
Ma quest’esperienza l’ho fatta anch’io. In posti come la Bosnia o il Kosovo era importante potersi tenere vicino un Maggiore… Insomma, se io non avessi lavorato in stretta collaborazione con la polizia dell’Onu e la mia compagnia di norvegesi, a Obilic non avrei potuto fare quello che ho fatto. E devono vedere un fronte unito. C’erano riunioni a cui io li invitavo sempre. L’importante è che non arrivino lì con la forza. Un ufficiale di collegamento dev’essere lì, e insieme, agli occhi di tutti, sei la comunità internazionale. Poi chiaramente l’arma rimane al suo posto. Però è fondamentale perché dall’altra parte, non dimentichiamolo, c’è la prepotenza. Ed è vero che le donne peacekeeper sono molto brave, perché hanno una maggiore capacità di far ragionare, di dialogare, ma certe volte ci vuole anche il Maggiore. E’ anche un discorso di sicurezza, di autorità. Un’uniforme ha lo stesso valore in tutti i paesi del mondo. Incute un certo tipo di rispetto.</p>
<p>Poi chiaramente dipende dagli eserciti. Ci sono alcuni eserciti, gli scandinavi, i britannici, gli italiani stessi, che sono bravi peacekeeper. Non arrivano come rambo con l’arma spianata spaventando tutti. Nella mia piccola esperienza, il peace keeper britannico, il militare britannico, è insuperabile. Evidentemente per via del lunghissimo addestramento nell’Irlanda del Nord. E’ un militare che sa fare ordine pubblico. Che sa lavorare con le forze dell’ordine. Spesso, invece, il soldato non c’entra niente con le forze dell’ordine. Questa è la ragione per la quale i nostri carabinieri sono stimati e spendibili. I britannici poi responsabilizzano l’individuo lungo tutta la catena di comando. Anche il pischello di diciannove anni è brieffato (da “briefing”, riunione in cui vengono date istruzioni e informazioni, Ndr) completamente, sul territorio in cui si trova, sul mandato ricevuto, su chi è chi. Per esempio nella zona dove ero io in Kosovo, a Obilic, il comando di brigata era britannico, mentre la mia zona era sotto il battaglione norvegese.<br />
Quando la situazione andava fuori controllo erano i britannici a prenderla in mano. E la differenza era netta. Infatti i britannici addestravano spesso i norvegesi, proprio per l’ordine pubblico, perché il soldato norvegese in genere era impreparato. Io andavo spesso a mangiare alla mensa dei norvegesi, e quando arrivavo al gate spessissimo mi chiedevano: “Chi sei, di dove sei…”. E spesso dovevano chiamare il comandante e chiedere, perché il poveraccio in rotazione lì al gate non sapeva nulla. Invece un giorno che stavo scheggiando sulla strada statale, totalmente fuori dai limiti, incappai nelle pattuglie britanniche. C’era un assembramento di serbi, fui stoppata. Ricordo questi due ragazzini con i brufoli, giovani, e io dico: “Scusate, avete ragione, stavo eccedendo con la velocità”. E loro, gentili, dopo aver scambiato due parole: “Ah, ma lei è l’amministratrice comunale di Obilic”. Perché io non avevo fatto la ganza, non avevo detto: “Io sono il sindaco, devo andare di corsa”. Insomma sapevano tutto e non era neanche la loro zona, erano lì per la situazione particolare di quel giorno. Eppure, evidentemente, erano stati brieffati, su chi c’è, chi non c’è, chi sono gli attori sul terreno, ecc. Sapevano tutto, dall’a alla zeta, di quel territorio.<br />
Sul britannico veramente puoi fare affidamento. E anche il più pischello non fa la scemenza che può fare un americano. Lo si vede bene in Iraq. Io non sono lì, però vedo che a Bassora non si sente mai nulla. Certo, Bassora è una zona tranquilla, però anche Baghdad non aveva nessuna ragione per esplodere. In realtà sono i britannici che sono bravi. E poi hanno un certo codice di condotta, protocollare. A Jean-Sélim questo piaceva. Si prendono cura dei propri traumatizzati, e questo gli faceva dire che “dai militari si può imparare”. Ricordo che anche quando cadde l’aereo umanitario in Kosovo e arrivarono i parenti delle vittime a Pristina (molti dei quali italiani e io facevo da interprete) si presentò subito lo psicologo, uno di questi staff counsellors, della brigata britannica, a offrire il suo aiuto. E in effetti fu utilissimo perché questo sapeva come come gestire il dolore di un parente&#8230; Anche questa cosa del corpo. Questi erano morti sfracellati contro una montagna, e tutti i parenti avevano quest’ossessione che non sarebbero andati via dal Kosovo se non gli avessimo mostrato il luogo. Ma il luogo era impervio, in cima a una montagna, non raggiungibile a piedi o con la macchina, e ricordo le discussioni con questo tipo che diceva: “Ma no, questo è fondamentale”. E così si fece fare loro un giro in elicottero sul luogo della tragedia per poter dare un saluto. Però non era uno psicologo dell’Onu, era una psicologo delle truppe britanniche. L’Onu ci sta arrivando… Quando muore qualcuno, come ad esempio la ragazza in Afghanistan, tu devi sostenere tutti quelli del team rimasti in vita. Perché sono dei traumi, dei dolori giganteschi, e tu sei lì e devi lavorare, devi andare avanti. E’ dura. Questa cosa Jean-Sélim l’aveva vista fare ai soldati molto prima che nelle organizzazioni civili, governative e non governative.</p>
<p>Quindi Jean-Sélim sì, era pacifista, non ha mai preso un arma in vita sua in mano. Ma era troppo analitico e troppo curioso per assumere una posizione e rimanerne bloccato. Così pensava che in certi momenti l’uso della forza fosse inevitabile. Nel ’99 avevamo prenotato un agriturismo nel Trevigiano, venivamo da Zagabria in vacanza, sotto Pasqua, e dopo due o tre giorni che eravamo lì, iniziò l’operazione contro Milosevic e cominciarono i bombardamenti. Jean-Sélim era anche un appassionato di aerei, quindi andammo ad Aviano a vederli partire. In fondo alla pista c’era il manipolo di maniaci della pace… Jean-Sélim andò loro incontro proprio come un bulldozer, mentre gli aerei passavano sopra: “Voi non capite assolutamente niente. Fatemi spiegare”. “Voi state manifestando per chi? Per come? Ma voi dove eravate nel ’93 quando morivano come le mosche a Sarajevo? Ma voi Milosevic l’avete mai visto in faccia?”. Siamo stati lì un’ora e mezza a discutere accanitamente.<br />
Il problema, secondo me, di un certo tipo di pacifismo, è che, appunto, si instaura un dogma, per cui non si discute neanche più. Io lo vedevo anche dal modo di vestire. Lavorando sul terreno ho cominciato a vestirmi in maniera più elegante. Quando serviva mettersi gli scarponi perché andavi in giro in mezzo alla neve, al fango, okay, ma se c’erano delle riunioni con il sindaco, con queste autorità locali, che fossero anche dei banditi&#8230;<br />
Insomma se hai venticinque anni e sei appena uscita dalle scuole, non puoi presentarti in jeans e maglione. Ma chi sei? Se vai da uno di cinquant’anni ti presenti vestito bene.<br />
L’umanitario spesso e volentieri invece non abbandona mai jeans e maglione. Non è solo mancanza di rispetto perché comunque tu sei a casa di qualcun altro, è anche una questione di sensibilità. Il peace keeping è fatto anche di percezioni, non puoi dar l’impressione di arrivare e dire: “Adesso ve la racconto io”. Io poi la cosa la sentivo molto, perché sono donna, e mi sono ritrovata giovane a far delle cose… Anche Jean-Sélim era così, sempre in ordine. Poi se c’era da andare sul terreno si metteva il jeans, ma aveva anche la cravatta, la giacca. Aveva il rispetto della forma…</p>
<p>Nell’esercito vedeva questo riconoscimento del valore, vedeva un codice d’onore, vedeva il cameratismo, valori antichi che a lui piacevano molto. Un nostro amico diceva che era un romantico. E sì, è stato frustrante vedere le salme arrivare disparate, quella di Sergio Vieira De Mello è andato a prenderla con un aereo il presidente del Brasile, le altre su un altro aereo, poi ognuno per la sua strada, nessuna cerimonia. Ho rivissuto molto la morte dei nostri nella tre giorni televisiva di Nassyria. Ecco, accogliere con il picchetto d’onore chi ha fatto un sacrificio così estremo penso sia un’azione giusta. L’Onu non ha questo protocollo. E non è giusto, anche se l’Onu non è un esercito. Questo è un gruppo di gente che non era lì per caso, era lì per scelta. All’Onu lo dico sempre: mio marito non era in Iraq per fare del parapendio, era lì al servizio di un’organizzazione e di una causa e di un mandato che viene da lontano. Siamo sempre all’importanza del riconoscimento. Così mi sono detta: “Bisogna fare le cose per bene. In famiglia si fanno le cose per bene”. Come ho detto all’inizio i francesi ci hanno aiutato. Così, all’aeroporto, quando è arrivata la salma, c’è stata una piccola cerimonia, io ho fatto mettere la bandiera bella, quella dell’Onu, e poi quella francese e quella egiziana.<br />
Poi io sento una responsabilità nei confronti di Mattia Sélim, che non conoscerà il papà. Così raccolgo tutto. Se mi sono anche messa a diffondere il suo pensiero è perché se ne parli, è perché si scriva su di lui. Poi magari, non so, quando avrà quindici anni Mattia mi dirà: “Mamma, per favore…”. Però io sento forte questa cosa. Suo padre ha fatto un sacrificio, il più grande sacrificio che un uomo possa fare, in un calderone schifoso come quello dell’Iraq… Senza questo riconoscimento sarebbe come se fosse morto invano.</p>
<p>Jean-Sélim aveva la mania di far le cose in grande… Non so se fosse la grandeur, forse una mescolanza di grandeur francese e della generosità del sud. Al nostro matrimonio, se fosse stato per lui, si sarebbero invitate millecinquecento persone. Bisognava far festa tre giorni. Il suo slogan era: noi non vivremo mai come dei ratti morti. E’ quello che farò anch’io. Una delle ragioni per cui sono tornata a lavorare, è anche per avere i mezzi finanziari per non far mancare a mio figlio alcuna opportunità. Sì, Jean-Sélim pensava in grande, non era per niente modesto in questo. Il televisore non poteva essere piccolo, la chiesa doveva essere una grande chiesa e lo champagne non mancava mai. E anche noi, nel disastro, nel dolore, nell’incapacità quasi di respirare, ci abbiamo provato a non fare le cose in piccolo.<br />
E penso che a Jean-Sélim il funerale di Parigi sarebbe piaciuto. E’ stato molto sentito, non volava una mosca, la gente era distrutta. C’era Bernard Kouchner, c’era il vicesindaco di Parigi, c’era la bandiera azzurra dell’Onu che avvolgeva la bara. Poi ci sono stati i canti, poi sua madre ha detto qualche cosa e anch’io.<br />
Io ho letto la conclusione di una lettera che Jean-Sélim aveva scritto a suo figlio prima che nascesse, quando non sapeva neanche se sarebbe stato maschio o femmina, che testimonia anche della fiducia e speranza che riponeva nel fatto di essere una famiglia. Ho trovato la forza di leggerla, promettendo che avrei fatto del mio meglio per crescere Mattia Sélim bene come l’avremmo fatto insieme. Ho fatto la mia promessa da soldatino.</p>
<p>“… ma bimbo o bimba, intelligente o meno, bello o no, secondo canoni che si rivelano sempre molto soggettivi, quello che più mi sta a cuore è che tu porti in te la vera bellezza. Quella che uomini e donne sensibili di ogni epoca hanno sempre riverito, quella bellezza che non si vede con gli occhi. Prego Iddio che tu sia un bambino di pace e gioia, un bambino generoso e pieno di attenzioni verso gli altri, soprattutto i meno fortunati e i più vulnerabili. Un bambino che comprenderà in fretta che non è tutto oro quello che riluce. Prego perché Laura e io sappiamo inculcarti la tolleranza e il rispetto per gli altri, il rifiuto della violenza come soluzione di facilità. Che là dove tu passi, ci sia calore umano e tenerezza. Che tu sappia confortare chi è triste e galvanizzare gli animi coraggiosi. Che tu dia prova di coraggio sempre, che tu dica a voce alta e forte, con dignità, quello che credi sia giusto. Perfino nell’avversità e di fronte al biasimo dei più. Senza chinare il capo anche se ti costa, per guardare dritto negli occhi chi ti ama, con la certezza di aver sempre cercato il bene. E cercare il bene vuol dire amare il prossimo, chiunque esso sia. L’importante, figlio mio, è che tu sia felice, che la tua vita sia dolce senza essere inquadrata, che tu ti senta tanto amato quanto amerai e, soprattutto, che tu sia libero”</p>
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		<title>Ambrosoli la scia del lutto</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 14:11:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Segnalo la lettura dell&#8217;articoo apparso sulla stampa il 29 settembre 2009 a firma del direttore Mario Calabresi.
L&#8217;articolo è tratto dal sito de La Stampa.
MARIO CALABRESI 
Avevano appena finito di fare i conti con il dolore e con gli anniversari. Avevano ricostruito la memoria della vita e dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli tutti insieme, una vedova con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_656" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-656" title="94ba72a57749b697aebd1dbe996c7af9" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/94ba72a57749b697aebd1dbe996c7af9-300x274.jpg" alt="Giorgio Ambrosoli" width="300" height="274" /><p class="wp-caption-text">Giorgio Ambrosoli</p></div>
<p>Segnalo la lettura dell&#8217;articoo apparso sulla stampa il 29 settembre 2009 a firma del direttore Mario Calabresi.<br />
L&#8217;articolo è tratto dal sito de <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=6437&amp;ID_sezione=29&amp;sezione=">La Stampa</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MARIO CALABRESI </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Avevano appena finito di fare i conti con il dolore e con gli anniversari. Avevano ricostruito la memoria della vita e dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli tutti insieme, una vedova con i suoi tre figli, con lo stesso pudore e contegno con cui erano tornati a Milano all’alba della mattina del 12 luglio 1979, quando la mamma aveva chiesto ai bambini di salire in macchina senza fare colazione e senza spiegare perché. La forma alla memoria l’ha data Umberto &#8211; il figlio più piccolo dell’«eroe borghese» &#8211; ma Francesca e Filippo, ha spiegato, l’hanno «tenuto per mano nel fare i conti con questa storia». Una famiglia che non ha mai smesso di tenersi per mano, da quella mattina in cui uno accanto all’altro erano entrati nella chiesa di San Vittore per i funerali.</p>
<p>Ieri mattina Anna Lori Ambrosoli era seduta nella vecchia Aula magna della Bocconi, dove era in corso un convegno dedicato a suo marito e all’ex governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, due uomini che avevano camminato nella solitudine di un’Italia feroce e corrotta e avevano pagato il rispetto delle regole e l’amore per il bene comune. Con la vita il primo, con la fine di una carriera il secondo. Anna Lori stava ascoltando il presidente della Rcs Piergaetano Marchetti citare brani tratti dal libro di suo figlio, intitolato «Qualunque cosa succeda». Una madre fiera di aver tramandato, senza rancori, «l’enorme valore positivo» delle scelte, della tenacia e del coraggio di suo marito.</p>
<p>Un uomo che scelse fino in fondo di fare il suo dovere come commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Sindona. A trent’anni dall’omicidio era finalmente venuto il tempo di una memoria serena, delle parole che pochi minuti prima aveva mandato il governatore Draghi ricordando Ambrosoli e Baffi come «due servitori dello Stato entrati nella storia del nostro Paese per il prezzo da loro pagato per la fedeltà ai principi, alle regole, al dovere». Poco più in là era seduta anche la figlia di Baffi, avevano ascoltato Mario Monti, Giovanni Bazoli e Ferruccio de Bortoli. Poi, mentre le parole scritte da Umberto riempivano l’Aula, proprio quel figlio più piccolo &#8211; che il giorno dell’omicidio del padre aveva solo 7 anni &#8211; ha chiesto alla madre di uscire in corridoio e le ha dato la notizia più terribile della sua vita: il fratello Filippo, di tre anni più grande, era stato trovato morto in casa. Un malore ha portato via questo figlio che aveva recuperato la sua serenità come disegnatore e incisore. Questa volta Anna Lori non ce l’ha fatta a reggere il dolore, come aveva fatto per anni per amore dei suoi ragazzi, ed è svenuta.</p>
<p>Difficile non pensare che trent’anni dopo Filippo abbia pagato ancora per quel gesto di tremenda violenza che gli aveva portato via il padre e segnato per sempre la vita. L’eco di quei quattro colpi di pistola, sparati nella notte tra l’11 e il 12 luglio 1979 da un killer ingaggiato negli Stati Uniti da Michele Sindona, ha raggiunto e colpito ancora una delle famiglie più composte, rette e ammirabili di questa Italia.</p>
<p>Non riesco a non pensare che c’è una profonda ingiustizia in tutto questo, non riesco a non rileggere una delle ultime pagine del libro di Umberto, in cui racconta quella mattina in cui ricevettero la notizia: «E’ veramente presto, c’è poca luce e poca gente in giro, anche in autostrada. Dopo circa un’ora ci fermiamo in una stazione di servizio: siamo usciti precipitosamente e bisogna che mangiamo qualcosa, beviamo del latte. In autogrill, la radio diffusa in sottofondo annuncia: “Assassinio nella notte, a Milano, del commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, Giorgio Ambrosoli”. La mamma inizia a parlare più in fretta e a voce alta per coprire la filodiffusione. Nella speranza che non abbiamo sentito ci porta fuori per risalire in macchina. Francesca, che pure si è fatta ogni possibile forza, piange la restante parte del viaggio, ma piano, cercando di non farsi vedere da me e Filippo: è la più grande di noi tre e anche se ha solo undici anni si sente di doverci proteggere». Mario Monti ha aspettato la fine del convegno per dare la notizia dal palco, voleva che l’omaggio ad Ambrosoli non si interrompesse, che gli studenti della Bocconi ascoltassero un esempio capace di illuminare una vita. Con quel garbo che è stato la cifra di una famiglia oggi spezzata.</p>
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		<title>Per i diritti e le garanzie nel sistema penale.</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jun 2009 08:03:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggetto: articolo apparso oggi sul quotidiano Terra
Patrizio Gonnella *
Aldo Bianzino, Marcello Lonzi, Federico Aldrovandi, la scuola Diaz, la caserma Bolzaneto, il carcere San Sebastiano di Sassari: persone e luoghi per i quali dovrebbe esserci un intervento riparatore dello Stato. Uno Stato che invece non solo si trincera dietro il mal funzionamento di una giustizia selettiva, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_602" class="wp-caption alignleft" style="width: 244px"><img class="size-full wp-image-602" title="21796_DeathPenalty.jpg_large" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/21796_DeathPenalty.jpg_large.jpg" alt="Giustizia?" width="234" height="300" /><p class="wp-caption-text">Giustizia?</p></div>
<p>Oggetto: articolo apparso oggi sul quotidiano Terra</p>
<p>Patrizio Gonnella *<br />
Aldo Bianzino, Marcello Lonzi, Federico Aldrovandi, la scuola Diaz, la caserma Bolzaneto, il carcere San Sebastiano di Sassari: persone e luoghi per i quali dovrebbe esserci un intervento riparatore dello Stato. Uno Stato che invece non solo si trincera dietro il mal funzionamento di una giustizia selettiva, ma si rende corresponsabile delle violenze perpetrate nelle sue carceri, nelle sue stazioni di polizia, nelle sue strade. Oggi le Nazioni Unite celebrano la giornata dedicata alle vittime della tortura. Pochi mesi fa il Parlamento ha bocciato un emendamento presentato dai radicali al disegno di legge sulla sicurezza che intendeva introdurre il reato di tortura nel nostro codice penale. L’emendamento voleva porre rimedio a una lacuna che oramai si protrae da ventidue anni, ossia da quando l’Italia ha ratificato la Convenzione dell’Onu contro la tortura. La maggioranza di centrodestra, nonostante si votasse segretamente, ha bocciato la norma. Per chi oggi ci governa la sicurezza viene brandita come un’arma diretta a erodere con progressiva brutalità il sistema dei diritti umani e delle garanzie personali. Si pensi alla quasi approvata norma che estende la permanenza nei centri di identificazione per stranieri fino a sei mesi o a quella che legalizza le ronde. La tortura mette a rischio la sicurezza delle persone, la loro integrità personale, a volte la loro vita. La tortura è un crimine contro l’umanità perseguito dal Tribunale Penale Internazionale. La tortura era lo strumento principe di intimidazione e di repressione nell’Argentina di Videla e nel Cile di Pinochet. Nel 2009 l’Italia è stata condannata per la prima volta dal 1950 dalla Corte sui diritti umani di Strasburgo per violazione dell’articolo che proibisce la tortura. La tortura è reato in Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Islanda, Lettonia, Lussemburgo, Macedonia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Slovenia, Slovacchia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria. In Italia non è un crimine. L’Italia non ha inoltre ratificato il Protocollo alla Convenzione sulla tortura che impone a tutti gli Stati la creazione di organismi di controllo indipendenti dei propri luoghi di detenzione. Nel frattempo il ministro della Giustizia Alfano dice che il sovraffollamento non giustifica il ritorno al perdonismo. Caro Ministro, ci consenta, ma vivere in sei in dieci metri quadri costituisce una forma oggettiva di trattamento inumano e degradante, quasi di tortura. Fu Berlusconi nel 1996 a chiedere che fosse introdotto il crimine di tortura nel codice penale. Poi si è limitato a far approvare il lodo che lo immunizza e che porta il nome del Guardasigilli. Il segno di una triste parabola che ha codificato una giustizia per ricchi.</p>
<p>* Presidente di Antigone</p>
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		<title>Vivere e morire secondo il Vangelo</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Feb 2009 21:23:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
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		<category><![CDATA[Storie ed incontri]]></category>

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		<description><![CDATA[Tratto  La Stampa 15-2-2009
“C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare” ammoniva Qohelet, così come “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire&#8230;”. Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana – prima ancora che biblica – è parsa dimenticata: anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tratto  La Stampa 15-2-2009</p>
<div id="attachment_448" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/bianchi151.jpg"><img class="size-medium wp-image-448" title="bianchi151" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/bianchi151-300x240.jpg" alt="Enzo Bianchi" width="300" height="240" /></a><p class="wp-caption-text">Enzo Bianchi</p></div>
<p style="text-align: justify;">“C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare” ammoniva Qohelet, così come “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire&#8230;”. Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana – prima ancora che biblica – è parsa dimenticata: anche tra i pochi che parlavano per invocare il silenzio v’era chi sembrava mosso più che altro dal desiderio di far tacere quanti la pensavano diversamente da lui. Soprattutto si è avuto l’impressione che l’insieme della nostra società non avesse certezze condivise sulla scansione dei diversi “tempi” e sul significato dei diversi verbi usati da Qohelet a indicare lo scorrere dell’esistenza umana: quando è “tempo” per questo o per quell’altro? E cosa significa parlare, morire, uccidere, guarire? Uno smarrimento di senso condiviso che ha coinvolto anche parole forti attinenti ai principi fondamentali dell’etica: dignità, libertà, volontà, rispetto, carità, vita&#8230;</p>
<p>Le settimane appena trascorse saranno sicuramente ricordate come “giorni cattivi” da molti cristiani, ma anche da molti uomini e donne non cristiani che tentano ogni giorno di rinnovare la loro ricerca di senso, soprattutto attraverso la faticosa lotta dell’amare in verità e dal lasciarsi amare da quanti sono loro accanto. “Giorni cattivi” è un’espressione biblica che indica tempi privi di una parola da parte di Dio, da parte dei suoi profeti e quindi anche privi di parole umane sincere, vere, autentiche: tempi in cui si fa silenzio per non aumentare il rumore, la rissa, l’aggressione nella comunità umana e per evitare che parole sensate vengano triturate insieme alle insensate e non si riesca poi più a recuperarle per giorni migliori. Per questo molti hanno preferito il silenzio. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile – ma non è certo – dire una parola udibile.</p>
<p>Attorno all’agonia lunga diciassette anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – “assassini”, “boia”, “lasciatela a noi”&#8230; – senza pensare a Gesù di Nazaret che quando gli hanno portato una donna gridando “adultera” ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: “Donna (non “adultera”), neppure io ti condanno: va’ e non peccare più”; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla “ladro, assassino!” al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?<span id="more-447"></span></p>
<p>Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio – offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili – e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.</p>
<p>E’ avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella chiesa. Da questi “giorni cattivi” usciamo più divisi e non certo per quella separazione in nome di Cristo che, con il comandamento nuovo dell’amore da estendersi fino ai nemici, può provocare divisione anche tra genitori e figli, all’interno della famiglia o della “casa” di appartenenza. Abbiamo invece conosciuto divisione in nome di quel male che affligge l’umanità e che trasforma la diversità in demonizzazione dell’altro, muta l’avversario in nemico, interrompe o nega il confronto e il dialogo, dando origine a posizioni ideologiche capaci di violenza prima verbale poi fisica e sociale. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.</p>
<p>Per chi come me ha pensato di dedicare tutte le fatiche alla ricerca del dialogo, del confronto, del faticoso cammino verso la comunione, innanzitutto nello spazio cristiano e poi tra gli uomini, e in questo sforzo sentiva di poter rendere conto della speranza cristiana che lo abita e di annunciare il vangelo che lo anima, questi giorni sono davvero cattivi. Come ignorare anche gli altri segni di barbarie cui stiamo assistendo in questa amara stagione? Leggi che chiedono ai medici di segnalare alle forze dell’ordine la presenza di clandestini che necessitano di cure mediche, vanificando così il diritto alla salute riconosciuto a qualunque essere umano; episodi ormai ricorrenti di giovani e ragazzi che danno fuoco a immigrati o a mendicanti; senzatetto di cui si prevede la schedatura mentre li si lascia morire di freddo; esercizio della violenza in branco verso donne o disabili&#8230;</p>
<p>Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate. L’Osservatore romano ha coraggiosamente chiesto – tramite le parole del suo direttore, il tono e la frequenza degli interventi – di evitare strumentalizzazioni da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti mass media in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è “agonia”, lotta dolorosa, perfino abbrutente a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai macchinari&#8230;</p>
<p>Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una preda: nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato&#8230;”. Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un “sì” che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il “lascia andare, o Signore, il tuo servo” come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato&#8230; Negli anni più vicini a noi, pensiamo al patriarca Athenagoras I e a papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due vescovi, due capi di chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.</p>
<p>Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un vociare indegno. La chiesa cattolica e tutte le chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.</p>
<p>Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: “Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita”.</p>
<p>Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.</p>
<p>Enzo Bianchivivere e morire secondo il Vangelo- Enzo Bianchi, La Stampa 15-2-2009<br />
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Oggi alle 15.00</p>
<p>“C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare” ammoniva Qohelet, così come “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire&#8230;”. Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana – prima ancora che biblica – è parsa dimenticata: anche tra i pochi che parlavano per invocare il silenzio v’era chi sembrava mosso più che altro dal desiderio di far tacere quanti la pensavano diversamente da lui. Soprattutto si è avuto l’impressione che l’insieme della nostra società non avesse certezze condivise sulla scansione dei diversi “tempi” e sul significato dei diversi verbi usati da Qohelet a indicare lo scorrere dell’esistenza umana: quando è “tempo” per questo o per quell’altro? E cosa significa parlare, morire, uccidere, guarire? Uno smarrimento di senso condiviso che ha coinvolto anche parole forti attinenti ai principi fondamentali dell’etica: dignità, libertà, volontà, rispetto, carità, vita&#8230;</p>
<p>Le settimane appena trascorse saranno sicuramente ricordate come “giorni cattivi” da molti cristiani, ma anche da molti uomini e donne non cristiani che tentano ogni giorno di rinnovare la loro ricerca di senso, soprattutto attraverso la faticosa lotta dell’amare in verità e dal lasciarsi amare da quanti sono loro accanto. “Giorni cattivi” è un’espressione biblica che indica tempi privi di una parola da parte di Dio, da parte dei suoi profeti e quindi anche privi di parole umane sincere, vere, autentiche: tempi in cui si fa silenzio per non aumentare il rumore, la rissa, l’aggressione nella comunità umana e per evitare che parole sensate vengano triturate insieme alle insensate e non si riesca poi più a recuperarle per giorni migliori. Per questo molti hanno preferito il silenzio. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile – ma non è certo – dire una parola udibile.</p>
<p>Attorno all’agonia lunga diciassette anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – “assassini”, “boia”, “lasciatela a noi”&#8230; – senza pensare a Gesù di Nazaret che quando gli hanno portato una donna gridando “adultera” ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: “Donna (non “adultera”), neppure io ti condanno: va’ e non peccare più”; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla “ladro, assassino!” al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?</p>
<p>Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio – offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili – e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.</p>
<p>E’ avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella chiesa. Da questi “giorni cattivi” usciamo più divisi e non certo per quella separazione in nome di Cristo che, con il comandamento nuovo dell’amore da estendersi fino ai nemici, può provocare divisione anche tra genitori e figli, all’interno della famiglia o della “casa” di appartenenza. Abbiamo invece conosciuto divisione in nome di quel male che affligge l’umanità e che trasforma la diversità in demonizzazione dell’altro, muta l’avversario in nemico, interrompe o nega il confronto e il dialogo, dando origine a posizioni ideologiche capaci di violenza prima verbale poi fisica e sociale. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.</p>
<p>Per chi come me ha pensato di dedicare tutte le fatiche alla ricerca del dialogo, del confronto, del faticoso cammino verso la comunione, innanzitutto nello spazio cristiano e poi tra gli uomini, e in questo sforzo sentiva di poter rendere conto della speranza cristiana che lo abita e di annunciare il vangelo che lo anima, questi giorni sono davvero cattivi. Come ignorare anche gli altri segni di barbarie cui stiamo assistendo in questa amara stagione? Leggi che chiedono ai medici di segnalare alle forze dell’ordine la presenza di clandestini che necessitano di cure mediche, vanificando così il diritto alla salute riconosciuto a qualunque essere umano; episodi ormai ricorrenti di giovani e ragazzi che danno fuoco a immigrati o a mendicanti; senzatetto di cui si prevede la schedatura mentre li si lascia morire di freddo; esercizio della violenza in branco verso donne o disabili&#8230;</p>
<p>Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate. L’Osservatore romano ha coraggiosamente chiesto – tramite le parole del suo direttore, il tono e la frequenza degli interventi – di evitare strumentalizzazioni da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti mass media in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è “agonia”, lotta dolorosa, perfino abbrutente a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai macchinari&#8230;</p>
<p>Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una preda: nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato&#8230;”. Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un “sì” che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il “lascia andare, o Signore, il tuo servo” come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato&#8230; Negli anni più vicini a noi, pensiamo al patriarca Athenagoras I e a papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due vescovi, due capi di chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.</p>
<p>Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un vociare indegno. La chiesa cattolica e tutte le chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.</p>
<p>Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: “Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita”.</p>
<p>Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.</p>
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		<title>Le ragioni del nostro no</title>
		<link>http://www.nientedigrave.it/2009/01/le-ragioni-del-nostro-no/</link>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2009 22:26:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[

 
Riporto in seguito un articolo apparso su Popoli del gennaio 2009 che spiega perchè quest&#8217;anno non si celebra la giornata dell&#8217;amicizia ebraico-cristiana. Vedi: http://www.popoli.info/
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-
Idee
Giornata dell&#8217;ebraismo: «Le ragioni del nostro no»
Rav Elia Enrico Richetti
Rabbino capo di Venezia
Il primo passo per un dialogo autentico è mettersi in ascolto delle ragioni dell&#8217;altro. Con tale convinzione, che anima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="pretitolo">
<div id="attachment_415" class="wp-caption alignleft" style="width: 213px"><a href="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/magen_david.jpg"><img class="size-full wp-image-415" title="magen_david" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/magen_david.jpg" alt="Stella di David" width="203" height="192" /></a><p class="wp-caption-text">Stella di David</p></div>
</div>
<div class="pretitolo"><em> </em></div>
<div class="pretitolo"><em>Riporto in seguito un articolo apparso su Popoli del gennaio 2009 che spiega perchè quest&#8217;anno non si celebra la giornata dell&#8217;amicizia ebraico-cristiana.</em> Vedi: http://www.popoli.info/</div>
<div class="pretitolo">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</div>
<div class="pretitolo">Idee</div>
<div class="titolo">Giornata dell&#8217;ebraismo: «Le ragioni del nostro no»</div>
<div class="newautore"><strong>Rav Elia Enrico Richetti</strong><br />
Rabbino capo di Venezia</div>
<p><em>Il primo passo per un dialogo autentico è mettersi in ascolto delle ragioni dell&#8217;altro. Con tale convinzione, che anima la linea editoriale della nostra rivista, ospitiamo volentieri il commento del rabbino Richetti.</em></p>
<p>L&#8217;Assemblea dei rabbini d&#8217;Italia ha comunicato che, almeno per quest&#8217;anno, non vi sarà collaborazione fra le Comunità ebraiche d&#8217;Italia e le istituzioni cattoliche per la celebrazione della Giornata dell&#8217;ebraismo (17 gennaio). È la logica conseguenza di un momento particolare che sta vivendo il dialogo <em>interconfessionale</em> oggi, momento i cui segni hanno cominciato a manifestarsi quando il Papa, liberalizzando la messa in latino, ha indicato nel Messale tridentino il modulo da seguire. In quella formulazione, nelle preghiere del Venerdì Santo è contenuta una preghiera che auspica la conversione degli ebrei alla «verità» della Chiesa e alla fede nel ruolo salvifico di Gesù. A onor del vero, quella preghiera, che nella prima formulazione definiva gli ebrei «perfidi», ossia «fuori dalla fede» e ciechi, era già stata «saltata» (ma mai abolita) da Giovanni XXIII. Benedetto XVI l&#8217;ha espurgata dai termini più offensivi e l&#8217;ha reintrodotta.<span id="more-414"></span><br />
Fin dal primo momento, l&#8217;Assemblea dei rabbini d&#8217;Italia ha preso una pausa di riflessione, sospendendo temporaneamente gli incontri interreligiosi. I mesi successivi sono stati caratterizzati da un susseguirsi di contatti, incontri e mediazioni con diversi esponenti, anche ad alto livello, del mondo ecclesiastico, alcuni dei quali si sono dimostrati sinceramente preoccupati per il futuro di un dialogo che stava procedendo in maniera fruttuosa e che registrava un allargarsi del senso di rispetto e di pari dignità delle fedi.<br />
Purtroppo, i risultati si sono dimostrati deludenti. Si sono registrate reazioni «offese» da parte di alte gerarchie vaticane: «Come si permettono gli ebrei di giudicare in che modo un cristiano deve pregare? Forse che la Chiesa si permette di espungere dal rituale delle preghiere ebraiche alcune espressioni che possono essere interpretate come anticristiane?». Altri prelati hanno ritenuto che l&#8217;atteggiamento dei rabbini italiani fosse dettato da una «ipersensibilità» ebraica ai tentativi di proselitismo, ipersensibilità non giustificata dai fatti. Invece, e questa è stata la risposta più o meno ufficiale (una risposta della Conferenza episcopale, sia pure sollecitata, è mancata), gli ebrei non hanno niente da temere: la speranza espressa dalla preghiera «Pro Judaeis» è «puramente escatologica», è una speranza relativa alla «fine dei tempi» e non invita a fare proselitismo attivo (peraltro già vietato da Paolo VI).<br />
Queste risposte non hanno affatto accontentato il Rabbinato italiano. Se io ritengo, sia pure in chiave escatologica, che il mio vicino debba diventare come me per essere degno di salvezza, non rispetto la sua identità. Non si tratta, quindi, di ipersensibilità: si tratta del più banale senso del rispetto dovuto all&#8217;altro come creatura di Dio. Se a ciò aggiungiamo le più recenti prese di posizione del Papa in merito al dialogo, definito inutile perché in ogni caso va testimoniata la superiorità della fede cristiana, è evidente che stiamo andando verso la cancellazione degli ultimi cinquant&#8217;anni di storia della Chiesa. In quest&#8217;ottica, l&#8217;interruzione della collaborazione tra ebraismo italiano e Chiesa è la logica conseguenza del pensiero ecclesiastico espresso dalla sua somma autorità.<br />
È vero, la Chiesa non si permette di correggere le preghiere ebraiche (anche se un tempo la censura ecclesiastica è stata alquanto attiva). Ma è da dire che le preghiere che qualcuno vuole interpretare come anticristiane sono in realtà contro «coloro che si inchinano agli idoli» e contro «i calunniatori e gli eretici». Perché dei cristiani dovrebbero sentirsi presi di mira? Che cosa pensano di se stessi?<br />
È vero, non sta agli ebrei insegnare ai cristiani come devono pregare o che cosa devono pensare, e nessuno fra gli ebrei o i rabbini italiani pretende di farlo. Ma è chiaro che dialogare vuol dire rispettare ognuno il diritto dell&#8217;altro ad essere se stesso, cogliere la possibilità di imparare qualcosa dalla sensibilità dell&#8217;altro, qualcosa che mi può arricchire. Quando l&#8217;idea di dialogo come rispetto (non come sincretismo e non come prevaricazione) sarà ripristinata, i rabbini italiani saranno sempre pronti a svolgere il ruolo che hanno svolto negli ultimi cinquant&#8217;anni.</p>
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		<title>Leading LSE professor questions moral basis for euthanasia laws</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 22:23:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_409" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://www.independent.co.uk/life-style/health-and-wellbeing/health-news/leading-lse-professor-questions-moral-basis-for-euthanasia-laws-1231420.html"><img class="size-full wp-image-409" title="The indipendent" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/scaled-image2.jpg" alt="The indipendent" width="500" height="312" /></a><p class="wp-caption-text">The indipendent</p></div>
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		<title>Una famiglia irregolare</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2008 10:51:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri aperti]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[natale 2008]]></category>

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Un piccolo gruppo, non la parentela allargata che sembra il tribunale di Kafka
Anche qualche settimana fa, alcuni monaci di diverse confessioni religiose, a Betlemme, si sono azzuffati come altre volte nei pressi di quella grotta o stalla in cui la tradizione vuole sia nato quel bambino che &#8211; come soprattutto essi dovrebbero sapere &#8211; è [...]]]></description>
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<p><img class="da_nascondere" src="http://images.corriere.it/images/static/common/logo.gif" alt="Corriere della Sera" width="346" height="40" /></p>
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<p>Un piccolo gruppo, non la parentela allargata che sembra il tribunale di Kafka</p>
<p style="text-align: justify;">Anche qualche settimana fa, alcuni monaci di diverse confessioni religiose, a Betlemme, si sono azzuffati come altre volte nei pressi di quella grotta o stalla in cui la tradizione vuole sia nato quel bambino che &#8211; come soprattutto essi dovrebbero sapere &#8211; è venuto a salvare il mondo. È curioso che, proprio in vicinanza di quella mangiatoia in cui è stato deposto il neonato redentore, coloro che sono preposti al suo culto incorrano nella più stupida bestemmia, la violenza nata da invidiose rivalità, e si affannino a smentire la promessa di pace agli uomini di buona volontà annunciata in quella notte &#8211; promessa sempre smentita, e in forme ben più gravi delle baruffe tra frati, ma senza che sia cessata l&#8217; attesa, la necessità del suo adempimento. In quella stalla c&#8217; è una famiglia che è veramente sacra, come dice la formula, perché è l&#8217; opposto della famigliuola egoista e perbene, indifferente al destino altrui e chiusa al mondo nel suo lindo e orrido «far casetta» (come si dice in veneto, per sferzare la sua sdolcinata e fasulla intimità); una famigliuola che ama richiamarsi al modello di quella grotta, mentre ne è spesso la negazione. Anzitutto in quel presepe c&#8217; è una famiglia irregolare e anomala. La madre ha accettato una maternità sconcertante e scandalosa: quando l&#8217; angelo gliela annuncia, Maria non sa quale sarà la reazione di Giuseppe ed è pronta con assoluto coraggio a tutte le difficoltà, sofferenze ed oltraggi di una ragazza madre sola, di una donna disonorata. Gianfranco Ravasi &#8211; in un articolo sul Sole 24 Ore &#8211; la paragona alle partorienti clandestine <span id="more-369"></span>«cui nessuno è disposto a portare un catino per il sangue», come scrive il poeta cristiano cinese Ai Qing da lui citato. Se quel figlio non sarà riconosciuto dal padre legale, sarà marchiato dalla vergogna, come accadeva sino a pochi anni fa e accade ancora in diversi Paesi e contesti sociali; si pensi che, fino a un&#8217; epoca recente, per la Chiesa cattolica un illegittimo che avesse la vocazione al sacerdozio poteva diventare sacerdote solo col permesso speciale del vescovo &#8211; permesso concesso quasi sempre, il che non cancella quella vile violazione ecclesiastica dello spirito evangelico. Giuseppe ha accettato con altrettanto coraggio quella paternità, forse perché ha capito che ogni creatura, prima di essere figlia nostra, è figlia di Dio e per questo anche nostra; che la paternità (o maternità) di sangue, talora casuale, è misera cosa rispetto a quella d&#8217; amore. Il terzo o meglio il primo dei tre, il neonato, fa semplicemente il neonato, come deve essere; non compie certo eclatanti miracoli prematuri, come quelli vantati in molti Vangeli apocrifi, ma verosimilmente si attacca al seno, piange, si addormenta. Accanto a quei tre, per loro fortuna, ci sono solo un bue e un asino &#8211; quasi a ricordare la nostra parentela col mondo animale così votato a soffrire &#8211; e persone estranee: pastori sconosciuti, più tardi saggi uomini di studio e di preghiera. Non c&#8217; è nessuna asfissiante tribù famigliare di prozii, cognati, cugini di suocere; quel clan che talora è un mondo di festosa e rassicurante accoglienza, ma spesso un groviglio di invadenze, livori repressi, piccoli giochi di dominio e di rivalsa, rituali imperiosi e oppressivi; un&#8217; endogamia viscosa, come un letto anche caldo ma non rifatto. Natali di una volta, incanto dell&#8217; abete illuminato ma anche interminabili pranzi grevi e pesanti, sazietà e mortalità della carne, cicatrici d&#8217; infanzia nel cuore. La grande parentela può essere pure un tribunale, come sapeva Kafka, che trasse l&#8217; ispirazione del Processo anche dai due angosciosi incontri plenari di famiglie all&#8217; hotel Askanischer Hof di Berlino in occasione del fidanzamento e poi del suo scioglimento. Il neonato di quella grotta, cresciuto, sarà duro con l&#8217; istituzione famigliare: chiederà bruscamente perfino a sua madre cosa ci sia fra loro due, dirà di essere venuto ad annunciare un messaggio che porrà il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; chiamerà fratelli e sorelle solo i suoi amici e seguaci. Userà pochissimo la parola «fratello»; chiamerà piuttosto le persone a lui care «amici», parola che dice molto di più di un mero legame di sangue, che può essere pure quello fra Caino e Abele o fra Giacobbe ed Esaù. Per il cristianesimo, la fraternità è quella fra gli uomini in quanto figli di Dio, non di una coppia particolare. Quel messaggio, quel comandamento è radicale; troppo radicale per noi mediocri dal cuore troppo piccolo per accogliere il mondo con i suoi conflitti, e si capisce che la Chiesa abbia dovuto ammorbidirlo, anche se, a furia di smorzarlo, ha rischiato spesso di alterarlo, rendendo i suoi fedeli simili a quei religiosi che a Betlemme si accapigliano, trasformando in rissa la preghiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Magris Claudio</p>
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		<title>A-Dio zio Paolo</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jun 2008 19:48:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[“Prendi, Signore, e ricevi tutta la sua libertà
-che è tanta, conquistata giorno per giorno-
prendi la sua memoria
-che è lunga e piena d’esperienza-
e tutta la sua volontà
-che Tu conosci bene, non è mai stata fragile ma forte fino alla fine-
tutto ciò che ha avuto
-che è stato molto, moltissimo-
Tu glielo hai dato, a Te, Signore, lo ridona, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_47" class="wp-caption aligncenter" style="width: 160px"><a href="http://lnx.nientedigrave.it/wp-content/uploads/2008/09/p1050264.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-47" title="Emanuele Luzzato" src="http://lnx.nientedigrave.it/wp-content/uploads/2008/09/p1050264-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">E l&#39;anno prossimo a gerusalemme</p></div>
<p style="text-align: center;">“Prendi, Signore, e ricevi tutta la sua libertà<br />
-che è tanta, conquistata giorno per giorno-<br />
prendi la sua memoria<br />
-che è lunga e piena d’esperienza-<br />
e tutta la sua volontà<br />
-che Tu conosci bene, non è mai stata fragile ma forte fino alla fine-<br />
tutto ciò che ha avuto<br />
-che è stato molto, moltissimo-<br />
Tu glielo hai dato, a Te, Signore, lo ridona, tutto è tuo<br />
-e l’ha sempre saputo-<br />
di tutto disponi secondo ogni tua volontà<br />
-lo ha provato sulla sua pelle-<br />
dacci solo il tuo amore e la tua grazia;<br />
questo solo ci basta”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><span id="more-46"></span><br />
Credo d’aver pregato così al tramonto del 22 maggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ero di fronte al crocefisso di S. Antimo c’era ancora un ultimo raggio di sole che illuminava l’abbazia passando per le antiche bifore romaniche. La chiesa era zeppa d’incenso, profumo di Dio e del mistero pasquale appena consumato. Il mio inno di lode è stato quello che ci ha insegnato Sant’Ignazio, ho pregato il Padre che aveva appena accolto zio Paolo perché lo stringesse forte, perché accogliesse il suo figlio vestito di bianco.</p>
<p style="text-align: justify;">L’emozione mi ha tradito in quei momenti, la mia preghiera forse non è stata così ordinata ma il mio cuore, seppur triste, ti lodava con queste parole, mio Dio.<br />
Quanta pienezza, quale ricchezza che infinite misure di gioia ci hai donato!
</p>
<p style="text-align: justify;">Però, amici, l’offerta di zio Paolo &#8211; peraltro lunga una vita &#8211; chiede a noi d’inserirci sulla sua scia.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin da quando ho saputo della malattia, la scorso mese di luglio il giorno in cui finivo gli esami universitari di quel semestre, ho sempre pensato che non sarebbe finita così, che a tutto ci sia un limite e che questo limite fosse già stato ampiamente superato.<br />
Per questo, quello stesso giorno, ho brindato alla salute dello zio Paolo con un una birra insieme a Betta sotto il portico di Corte degli Isolani, a Bologna.<br />
Ero convinto di una prossima guarigione, l’avevamo beccato in tempo “il cornuto”!</p>
<p style="text-align: justify;">Pensavo che il Signore non sarebbe stato così infinitamente sprecone, che non avrebbe buttato via da un giorno con l’altro tutta la pienezza di zio Paolo; che non ci avrebbe lasciati “a piedi”…desideravo ancora la sua vespa…<br />
E’ invece la tua incomprensibile follia (d’amore) si è consumata in questo modo, è passata dalla sofferenza di zio Paolo e della sua famiglia.<br />
Il tuo spreco è passato e tuttora continua a visitarci da questa malattia non guarita.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa facciamo ora? Noi non siamo capaci di sprecare tutto, di consumare tutto fino alla vita, di non avere ritegno nel donarci, nell’essere presenti fino alla fine, nell’ essere abbandonati in Te, accoccolati.<br />
Zio Paolo è stato capace di questo: essere testimone della tua fedeltà, essere fedeltà al tuo amore; costi quello che costi.<br />
In quest’ottica il tuo spreco, assume senso, riempie il vuoto, vince la morte.
</p>
<p style="text-align: justify;">Zio Paolo ha fatto parlare la morte, anzi l’ha fatta cantare, danzare, l’ha strappata dalla notte, l’ha riportata alla luce e per questo si è accoccolato nel Signore dicendo “sono ottimista”, perché ha creduto la Resurrezione del giorno di Pasqua.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo tristi, morire alla vita terrena ha un costo per chi rimane qui, ma sapremo farvi fronte.<br />
Lo facciamo perché zio Paolo ci ha convinto.<br />
Lo facciamo perché il suo tizzone ardente è già passato nelle mani di Laura (roccia di Dio), Osea (intelligenza di Dio), Tommi (eccesso di Dio), Irene (sentinella di Dio).<br />
E il Tuo fuoco Signore, con zio Paolo, è andato oltre la sua stessa famiglia, ha corso sulle strade dell’amicizia, su quelle della sua professione, su quelle del Dialogo, della Politica, della Cultura. Il tizzone ha raggiunto il fiorista del suo quartiere, la questuante della sua parrocchia, ma anche i potenti e i ricchi fin’anche il Presidente della Repubblica (e non è per nulla scontato che il fatto di lavorare con lui avrebbe anche voluto dire che ti avrebbe voluto bene!).</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa mi ha colpito, e vorrei provare a dirla, mi ha stupito che ci siano tante persone che abbiano deliberatamente scelto, seppur in modi molto diversi, percepibili e non percepibili, di soffrire con te, caro zio.<br />
Non parlo della zia e dei cugini, che soffrono senza aver potuto scegliere.<br />
Parlo di tutti gli altri che hanno creduto che la tua storia, la tua vita fosse tanto importante per loro che non fosse possibile scomporla dal dolore che stavi sopportando, avrebbero potuto anche estraniarsi da tutto questo ma nella preghiera o nei fatti concreti, hanno voluto condividerla o meglio, compatirla. Non è scontato.<br />
Non è scontato che nel Getsèmani (letteralmente il luogo del frantoio, dove si spreme l’Olio Santo simbolo del Kurios) si crei comunione. Sta scritto infatti: “Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: &#8220;sedetevi qui mentre io prego.&#8221; Prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: &#8220;La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate&#8221;. Mc.14, 32-35. Finirà che tutti gli amici di Gesù si addormentano.
</p>
<p style="text-align: justify;">Per te non è andata così, e quindi è vero che le Scritture hanno operato nell’uomo, e se avessimo bisogno di prove (seppure l’amore non si contiene in impianti probatori) quanto detto fin qui ci dice che sei stato amato perché hai amato. Dice la prima lettera di Giovanni &#8220;Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perchè amiamo i fratelli&#8221;. (1Gv 3,14). E tu, in quanti modi l’hai detto e vissuto? Cosa potevi dimostrarci di più?</p>
<p style="text-align: justify;">Ora sarà più dura, una cosa banale come guardare il Tg1 sarà più difficile (che nostalgia…) e perfino più complicato, non tutti infatti quando fanno la cronaca della formazione di un nuovo governo -che per di più hanno sempre osteggiato- si attengono con formidabile precisione alla descrizione che di ciò fa la nostra amata Costituzione. Sarà più dura in generale, come nipote, come lettore, come cittadino, come cristiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma sarà anche facile trovarti perché ti sei sprecato, consumato, usurato per Lui e quindi la tua testimonianza non svanisce più.<br />
Sarà facile trovarti perché ci terremo stretti nel cuore, ci stringeremo tutti lì, lì ancora ti ascolteremo.<br />
Lì ancora ci ricorderemo di te, della tua vita che ha saputo accogliere la morte, della tua morte che si è trasformata in vita. Dell’inno che la tua malattia ha cantato: “Questa notte, non è più notte, davanti a Te; il buio come luce risplende”.
</p>
<p style="text-align: justify;">Sì, la tua morte è stata lezione di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi hai convinto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ti lasciamo, a-Dio, nostro Padre che ti è venuto a cercare e per sempre ti ha trovato!</p>
<p style="text-align: justify;">…Ma… “l’anno prossimo a Gerusalemme…” come dice il quadro di Luzzato che ci hai regalato qualche anno fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Un abbraccio, ciao.</p>
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