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	<title>Nientedigrave.it &#187; Pensieri aperti</title>
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	<itunes:subtitle>La radio... niente di grave!</itunes:subtitle>
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		<title>Nientedigrave.it</title>
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		<title>Buon Natale e buona libertà!</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Dec 2009 13:33:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri aperti]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Il privilegio di crederci uomini liberi solo perchè abbiamo ridotto gli altri in schiavitù, non sarà mai libertà. Non si può essere liberi in pochi, né in molti: o tutti liberi o tutti servi, perché il tiranno non è che il primo dei servi e non sempre il più sicuro.
La conclusione è semplice, anche se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Il privilegio di crederci uomini liberi solo perchè abbiamo ridotto gli altri in schiavitù, non sarà mai libertà. Non si può essere liberi in pochi, né in molti: o tutti liberi o tutti servi, perché il tiranno non è che il primo dei servi e non sempre il più sicuro.</p>
<p>La conclusione è semplice, anche se desueta. Se veramente voglio partecipare alla divina prerogativa di uomo libero, devo sopportare la libertà degli altri.</p>
<p>Non è facile sopportare un’uguaglianza che incide seriamente sulle nostre vere o presunte superiorità; che mette in dubbio le categorie create dall’uomo e confermate dai suoi codici, che ci obbliga a riconoscere che il solo stabile appoggiato della libertà è , in fondo, la carità, la quale tutto sopporta perché tutto crede e tutto spera.</p>
<p>Chi accetta la libertà fa involontariamente un atto di fede anche nell’uomo almeno crede nella sua redimibilità, che non può essere pagata che a caro prezzo, dietro l’esempio di Cristo.</p>
<p>Chi accetta la libertà riconosce il proprio limite e fa un patto esplicito di comunanza, a meno che non voglia togliere con una mano ciò che l’altro concede.</p>
<p><strong>La libertà politica, finche non sarà scortata o proceduta da congrua giustizia sociale, non sarà che un giocattolo. Nessuna meraviglia, quindi che alla prima occasione venga cambiata con un pezzo di pane meno sudato.</strong></p>
<p><strong>Dove ci sono troppi soldi in poche mani, dove i più furbi, se non i più intelligenti, decidono delle cose di tutti, dove i “primi” non sono gli “ultimi”, in questo paese non c’è libertà, anche se hanno elevato un monumento in ogni piazza.</strong></p>
<p><strong>La libertà è una regina che non cammina mai sola: vuole essere accompgnata da tante virtù, così che l’uomo non virtuoso non potrà che essere un falso liberale, come è falsa la moneta cui nulla risponde.</strong></p>
<p>No, non è davvero una cosa comoda la libertà, e forse saremo costretti ad assistere allo spettacolo umiliante di parecchia gente, che dopo breve innamoramento, stanca di sopportare l’impegno, si guarderà intorno per vedere se mai rispuntasse il solito “uomo grande” di nuovo disposto a far incetta di libertà, dietro il compenso del solito piatto di lenticchie.</p>
<p>Anche le primogeniture civili pesano, per cui tutti coloro che non amano guadagnarsi il proprio respiro umano sono, anche oggi, quasi più disposti a sopportarsi come servi che come uomini liberi. Nella servitù è sempre aperta la carriera verso una più ignobile abbiezione, che ci può in qualche modo garantire il piccolo “paradiso gerarchico”.</p>
<p>A chi, nel segreto della propria ignavia, rimpiange già un passato di obbrobrio, è giusto ricordare che se tutto pesa, se tutto è impegno, solo la libertà è un peso e un impegno umano.&#8221;</p>
<p align="right">(P. Mazzolari, <em>Rivoluzione cristiana.)</em></p>
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		<title>Silvio Nobel per la Pace</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Sep 2009 13:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri aperti]]></category>

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		<description><![CDATA[Dareste mai un premio Nobel a Silvio Berlusconi? Soprattutto gli dareste mai il Nobel per la Pace? Ecco, visto che le follie non hanno mai limite in questo Paese, qualcuno propone di candidarlo al Nobel  per &#8220;il suo indiscusso impegno umanitario in campo nazionale ed internazionale&#8221; così almeno si legge sul sito del comitato promotore. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dareste mai un premio Nobel a Silvio Berlusconi? Soprattutto gli dareste mai il Nobel per la Pace? Ecco, visto che le follie non hanno mai limite in questo Paese, qualcuno propone di candidarlo al Nobel  per &#8220;<em>il suo indiscusso impegno umanitario in campo nazionale ed internazionale</em>&#8221; così almeno si legge sul sito del comitato promotore. Obietto solo, e qui mi fermo, che (foto alla mano) è meglio che Berlusconi fuori dall&#8217;Italia si faccia vedere molto poco. Il rischio di fischi e pomodori marci è per lui sempre più elevato, il suo cattivo gusto ci sta purtroppo rendendo famosi in tutto il mondo ( il cucù alla Merkel o le sguardatine alla Signora Obama ne sono un esempio) può giusto nascondersi, altro che Nobel.</p>
<p><object style="width: 425px; height: 350px;" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Lfd2sF_VsNc&amp;feature" /><embed style="width: 425px; height: 350px;" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/Lfd2sF_VsNc&amp;feature"></embed></object></p>
<p style="text-align: left;">Per problemi di visualizzazione clicca <a href="http://www.youtube.com/v/Lfd2sF_VsNc&amp;feature" target="_blank">qui</a></p>
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		<title>No al reato di clandestinità!</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 21:03:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Pensieri aperti]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il disegno di legge n. 733-B attualmente all’esame del Senato prevede varie innovazioni che suscitano rilievi critici. In particolare, riteniamo necessario richiamare l’attenzione della discussione pubblica sulla norma che punisce a titolo di reato l’ingresso e il soggiorno illegale dello straniero nel territorio dello Stato, una norma che, a nostro avviso, oltre ad esasperare la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 10px; padding-left: 5px; line-height: 20px !important; font-size: 14px; text-align: justify; margin: 0px;">
<div id="attachment_621" class="wp-caption alignleft" style="width: 283px"><img class="size-full wp-image-621  " title="immigrati" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/immigrati.jpg" alt="Immigrati" width="273" height="224" /><p class="wp-caption-text">Immigrati</p></div>
<p>Il disegno di legge n. 733-B attualmente all’esame del Senato prevede varie innovazioni che suscitano rilievi critici. In particolare, riteniamo necessario richiamare l’attenzione della discussione pubblica sulla norma che punisce a titolo di reato l’ingresso e il soggiorno illegale dello straniero nel territorio dello Stato, una norma che, a nostro avviso, oltre ad esasperare la preoccupante tendenza all’uso simbolico della sanzione penale, criminalizza mere condizioni personali e presenta molteplici profili di illegittimità costituzionale.</p>
<p>La norma è, anzitutto, priva di fondamento giustificativo, poiché la sua sfera applicativa è desti-nata a sovrapporsi integralmente a quella dell’espulsione quale misura amministrativa, il che mette in luce l’assoluta irragionevolezza della nuova figura di reato; inoltre, il ruolo di extrema ratio che deve rivestire la sanzione penale impone che essa sia utilizzata, nel rispetto del principio di pro-porzionalità, solo in mancanza di altri strumenti idonei al raggiungimento dello scopo.<br style="padding: 0px; margin: 0px; border: 0px initial initial;" />Né un fondamento giustificativo del nuovo reato può essere individuato sulla base di una pre-sunta pericolosità sociale della condizione del migrante irregolare: la Corte costituzionale (sent. 78 del 2007) ha infatti già escluso che la condizione di mera irregolarità dello straniero sia sintomatica di una pericolosità sociale dello stesso, sicchè la criminalizzazione di tale condizione stabilita dal disegno di legge si rivela anche su questo terreno priva di fondamento giustificativo.<br style="padding: 0px; margin: 0px; border: 0px initial initial;" />L’ingresso o la presenza illegale del singolo straniero dunque non rappresentano, di per sé, fatti lesivi di beni meritevoli di tutela penale, ma sono l’espressione di una condizione individuale, la condizione di migrante: la relativa incriminazione, pertanto, assume un connotato discriminatorio ratione subiecti contrastante non solo con il principio di eguaglianza, ma con la fondamentale ga-ranzia costituzionale in materia penale, in base alla quale si può essere puniti solo per fatti materiali.<br style="padding: 0px; margin: 0px; border: 0px initial initial;" />L’introduzione del reato in esame, inoltre, produrrebbe una crescita abnorme di ineffettività del sistema penale, gravato di centinaia di migliaia di ulteriori processi privi di reale utilità sociale e condannato per ciò alla paralisi. Né questo effetto sarebbe scongiurato dalla attribuzione della rela-tiva cognizione al giudice di pace (con alterazione degli attuali criteri di ripartizione della compe-tenza tra magistratura professionale e magistratura onoraria e snaturamento della fisionomia di quest’ultima): da un lato perché la paralisi non è meno grave se investe il settore di giurisdizione del giudice di pace, dall’altro per le ricadute sul sistema complessivo delle impugnazioni, già in grave sofferenza.<br style="padding: 0px; margin: 0px; border: 0px initial initial;" />Rientra certo tra i compiti delle istituzioni pubbliche «regolare la materia dell’immigrazione, in correlazione ai molteplici interessi pubblici da essa coinvolti ed ai gravi problemi connessi a flussi migratori incontrollati» (Corte cost., sent. n. 5 del 2004), ma nell’adempimento di tali compiti il legislatore deve attenersi alla rigorosa osservanza dei princìpi fondamentali del sistema penale e, fer-ma restando la sfera di discrezionalità che gli compete, deve orientare la sua azione a canoni di razionalità finalistica.<br style="padding: 0px; margin: 0px; border: 0px initial initial;" />«Gli squilibri e le forti tensioni che caratterizzano le società più avanzate producono condizioni di estrema emarginazione, sì che (…) non si può non cogliere con preoccupata inquietudine l’affiorare di tendenze, o anche soltanto tentazioni, volte a “nascondere” la miseria e a considerare le persone in condizioni di povertà come pericolose e colpevoli». Le parole con le quali la Corte costituzionale dichiarò l’illegittimità del reato di “mendicità” di cui all’art. 670, comma 1, cod. pen. (sent. n. 519 del 1995) offrono ancora oggi una guida per affrontare questioni come quella dell’immigrazione con strumenti adeguati allo loro straordinaria complessità e rispettosi delle garanzie fondamentali riconosciute dalla Costituzione a tutte le persone.</p>
<p style="padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 10px; padding-left: 5px; line-height: 20px !important; font-size: 14px; text-align: justify; margin: 0px;"><strong style="padding: 0px; margin: 0px; border: 0px initial initial;">Angelo Caputo, Domenico Ciruzzi, Oreste Dominioni, Massimo Donini, Luciano Eusebi, Gio-vanni Fiandaca, Luigi Ferrajoli, Gabrio Forti, Roberto Lamacchia, Sandro Margara, Guido Neppi Modona, Paolo Morozzo della Rocca, Valerio Onida, Elena Paciotti, Giovanni Palombarini, Livio Pepino, Carlo Renoldi, Stefano Rodotà, Arturo Salerni, Armando Spataro, Lorenzo Trucco, Gustao Zagrebelsky.</strong></p>
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		<title>Knowing life by knowing death</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 20:25:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri aperti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie ed incontri]]></category>

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		<description><![CDATA[


Intensive Magazine Mei 20




]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: center;">
<dl id="attachment_473" class="wp-caption aligncenter" style="width: 272px;">
<dt class="wp-caption-dt" style="text-align: center;"><a title="Intesive Magazine" href="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/Groningen.pdf" target="_blank"><img class="size-full wp-image-473" title="Scarica il mio articolo!" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/intensivemagazine.jpg" alt="Intensive Magazine Mei 2009" width="262" height="380" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd" style="text-align: center;">Intensive Magazine Mei 20</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.gspweb.nl/"><br />
</a></p>
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		<title>Dove sono i &#8220;difensori&#8221; della vita&#8217;?</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 09:42:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
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		<description><![CDATA[
Dove sono i buoni cattolici che tanto gridano e si dimenano quando si parla di embrione e nutrizione artificiale?
Non vedono e non sentono della morte che riempe il Mar Mediteraneo?
Non sono capaci di aprire anche su questo un &#8220;campo di battaglia&#8221; ?
Forse non vedono spiragli per lucrare voti all&#8217;elettorato bigotto-cattolico?
Dove sono i difensori della vita?
Perchè [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">
<div id="attachment_458" class="wp-caption alignleft" style="width: 332px"><img class="size-full wp-image-458" title="f_4d1277404cf053aeeeb94b3a108b1c9c" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/f_4d1277404cf053aeeeb94b3a108b1c9c.jpg" alt="Immigrazione nel Mar Mediterraneo" width="322" height="240" /><p class="wp-caption-text">Immigrazione nel Mar Mediterraneo</p></div>
<p style="text-align: left;">Dove sono i buoni cattolici che tanto gridano e si dimenano quando si parla di embrione e nutrizione artificiale?<br />
Non vedono e non sentono della morte che riempe il Mar Mediteraneo?<br />
Non sono capaci di aprire anche su questo un &#8220;campo di battaglia&#8221; ?</p>
<p style="text-align: left;">Forse non vedono spiragli per lucrare voti all&#8217;elettorato bigotto-cattolico?<br />
Dove sono i difensori della vita?<br />
Perchè la sinistra non dice nulla?<br />
Perchè i quotidiani di oggi fanno finta di niente?<br />
Solo perchè non sono italiani?</p>
<p style="text-align: left;">Perchè tutto questo silenzio su questi 200, 300, 500 morti?<br />
Spiace che, ancora una volta, si abbia la riprova da queste persone che sono solamente interessate a tenere stretto un pugno di voti.<br />
Spiace che cerchino soltanto un po&#8217; di visibilità agli occhi di qualche Vescovo italiano.<br />
Spiace anche che nessun leaders di partito abbia speso mezza parola su quel che è successo?<br />
Dov&#8217;è il Partito Democratico? Dov&#8217;è la stampa?<br />
Tacciono per convenienze elettorali?
</p>
<p style="text-align: justify;">Io ricordo queste vittime innocenti.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Vivere e morire secondo il Vangelo</title>
		<link>http://www.nientedigrave.it/2009/02/vivere-e-morire-secondo-il-vangelo/</link>
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		<pubDate>Sun, 15 Feb 2009 21:23:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
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		<description><![CDATA[Tratto  La Stampa 15-2-2009
“C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare” ammoniva Qohelet, così come “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire&#8230;”. Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana – prima ancora che biblica – è parsa dimenticata: anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tratto  La Stampa 15-2-2009</p>
<div id="attachment_448" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/bianchi151.jpg"><img class="size-medium wp-image-448" title="bianchi151" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/bianchi151-300x240.jpg" alt="Enzo Bianchi" width="300" height="240" /></a><p class="wp-caption-text">Enzo Bianchi</p></div>
<p style="text-align: justify;">“C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare” ammoniva Qohelet, così come “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire&#8230;”. Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana – prima ancora che biblica – è parsa dimenticata: anche tra i pochi che parlavano per invocare il silenzio v’era chi sembrava mosso più che altro dal desiderio di far tacere quanti la pensavano diversamente da lui. Soprattutto si è avuto l’impressione che l’insieme della nostra società non avesse certezze condivise sulla scansione dei diversi “tempi” e sul significato dei diversi verbi usati da Qohelet a indicare lo scorrere dell’esistenza umana: quando è “tempo” per questo o per quell’altro? E cosa significa parlare, morire, uccidere, guarire? Uno smarrimento di senso condiviso che ha coinvolto anche parole forti attinenti ai principi fondamentali dell’etica: dignità, libertà, volontà, rispetto, carità, vita&#8230;</p>
<p>Le settimane appena trascorse saranno sicuramente ricordate come “giorni cattivi” da molti cristiani, ma anche da molti uomini e donne non cristiani che tentano ogni giorno di rinnovare la loro ricerca di senso, soprattutto attraverso la faticosa lotta dell’amare in verità e dal lasciarsi amare da quanti sono loro accanto. “Giorni cattivi” è un’espressione biblica che indica tempi privi di una parola da parte di Dio, da parte dei suoi profeti e quindi anche privi di parole umane sincere, vere, autentiche: tempi in cui si fa silenzio per non aumentare il rumore, la rissa, l’aggressione nella comunità umana e per evitare che parole sensate vengano triturate insieme alle insensate e non si riesca poi più a recuperarle per giorni migliori. Per questo molti hanno preferito il silenzio. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile – ma non è certo – dire una parola udibile.</p>
<p>Attorno all’agonia lunga diciassette anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – “assassini”, “boia”, “lasciatela a noi”&#8230; – senza pensare a Gesù di Nazaret che quando gli hanno portato una donna gridando “adultera” ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: “Donna (non “adultera”), neppure io ti condanno: va’ e non peccare più”; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla “ladro, assassino!” al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?<span id="more-447"></span></p>
<p>Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio – offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili – e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.</p>
<p>E’ avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella chiesa. Da questi “giorni cattivi” usciamo più divisi e non certo per quella separazione in nome di Cristo che, con il comandamento nuovo dell’amore da estendersi fino ai nemici, può provocare divisione anche tra genitori e figli, all’interno della famiglia o della “casa” di appartenenza. Abbiamo invece conosciuto divisione in nome di quel male che affligge l’umanità e che trasforma la diversità in demonizzazione dell’altro, muta l’avversario in nemico, interrompe o nega il confronto e il dialogo, dando origine a posizioni ideologiche capaci di violenza prima verbale poi fisica e sociale. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.</p>
<p>Per chi come me ha pensato di dedicare tutte le fatiche alla ricerca del dialogo, del confronto, del faticoso cammino verso la comunione, innanzitutto nello spazio cristiano e poi tra gli uomini, e in questo sforzo sentiva di poter rendere conto della speranza cristiana che lo abita e di annunciare il vangelo che lo anima, questi giorni sono davvero cattivi. Come ignorare anche gli altri segni di barbarie cui stiamo assistendo in questa amara stagione? Leggi che chiedono ai medici di segnalare alle forze dell’ordine la presenza di clandestini che necessitano di cure mediche, vanificando così il diritto alla salute riconosciuto a qualunque essere umano; episodi ormai ricorrenti di giovani e ragazzi che danno fuoco a immigrati o a mendicanti; senzatetto di cui si prevede la schedatura mentre li si lascia morire di freddo; esercizio della violenza in branco verso donne o disabili&#8230;</p>
<p>Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate. L’Osservatore romano ha coraggiosamente chiesto – tramite le parole del suo direttore, il tono e la frequenza degli interventi – di evitare strumentalizzazioni da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti mass media in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è “agonia”, lotta dolorosa, perfino abbrutente a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai macchinari&#8230;</p>
<p>Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una preda: nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato&#8230;”. Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un “sì” che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il “lascia andare, o Signore, il tuo servo” come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato&#8230; Negli anni più vicini a noi, pensiamo al patriarca Athenagoras I e a papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due vescovi, due capi di chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.</p>
<p>Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un vociare indegno. La chiesa cattolica e tutte le chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.</p>
<p>Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: “Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita”.</p>
<p>Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.</p>
<p>Enzo Bianchivivere e morire secondo il Vangelo- Enzo Bianchi, La Stampa 15-2-2009<br />
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Oggi alle 15.00</p>
<p>“C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare” ammoniva Qohelet, così come “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire&#8230;”. Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana – prima ancora che biblica – è parsa dimenticata: anche tra i pochi che parlavano per invocare il silenzio v’era chi sembrava mosso più che altro dal desiderio di far tacere quanti la pensavano diversamente da lui. Soprattutto si è avuto l’impressione che l’insieme della nostra società non avesse certezze condivise sulla scansione dei diversi “tempi” e sul significato dei diversi verbi usati da Qohelet a indicare lo scorrere dell’esistenza umana: quando è “tempo” per questo o per quell’altro? E cosa significa parlare, morire, uccidere, guarire? Uno smarrimento di senso condiviso che ha coinvolto anche parole forti attinenti ai principi fondamentali dell’etica: dignità, libertà, volontà, rispetto, carità, vita&#8230;</p>
<p>Le settimane appena trascorse saranno sicuramente ricordate come “giorni cattivi” da molti cristiani, ma anche da molti uomini e donne non cristiani che tentano ogni giorno di rinnovare la loro ricerca di senso, soprattutto attraverso la faticosa lotta dell’amare in verità e dal lasciarsi amare da quanti sono loro accanto. “Giorni cattivi” è un’espressione biblica che indica tempi privi di una parola da parte di Dio, da parte dei suoi profeti e quindi anche privi di parole umane sincere, vere, autentiche: tempi in cui si fa silenzio per non aumentare il rumore, la rissa, l’aggressione nella comunità umana e per evitare che parole sensate vengano triturate insieme alle insensate e non si riesca poi più a recuperarle per giorni migliori. Per questo molti hanno preferito il silenzio. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile – ma non è certo – dire una parola udibile.</p>
<p>Attorno all’agonia lunga diciassette anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – “assassini”, “boia”, “lasciatela a noi”&#8230; – senza pensare a Gesù di Nazaret che quando gli hanno portato una donna gridando “adultera” ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: “Donna (non “adultera”), neppure io ti condanno: va’ e non peccare più”; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla “ladro, assassino!” al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?</p>
<p>Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio – offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili – e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.</p>
<p>E’ avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella chiesa. Da questi “giorni cattivi” usciamo più divisi e non certo per quella separazione in nome di Cristo che, con il comandamento nuovo dell’amore da estendersi fino ai nemici, può provocare divisione anche tra genitori e figli, all’interno della famiglia o della “casa” di appartenenza. Abbiamo invece conosciuto divisione in nome di quel male che affligge l’umanità e che trasforma la diversità in demonizzazione dell’altro, muta l’avversario in nemico, interrompe o nega il confronto e il dialogo, dando origine a posizioni ideologiche capaci di violenza prima verbale poi fisica e sociale. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.</p>
<p>Per chi come me ha pensato di dedicare tutte le fatiche alla ricerca del dialogo, del confronto, del faticoso cammino verso la comunione, innanzitutto nello spazio cristiano e poi tra gli uomini, e in questo sforzo sentiva di poter rendere conto della speranza cristiana che lo abita e di annunciare il vangelo che lo anima, questi giorni sono davvero cattivi. Come ignorare anche gli altri segni di barbarie cui stiamo assistendo in questa amara stagione? Leggi che chiedono ai medici di segnalare alle forze dell’ordine la presenza di clandestini che necessitano di cure mediche, vanificando così il diritto alla salute riconosciuto a qualunque essere umano; episodi ormai ricorrenti di giovani e ragazzi che danno fuoco a immigrati o a mendicanti; senzatetto di cui si prevede la schedatura mentre li si lascia morire di freddo; esercizio della violenza in branco verso donne o disabili&#8230;</p>
<p>Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate. L’Osservatore romano ha coraggiosamente chiesto – tramite le parole del suo direttore, il tono e la frequenza degli interventi – di evitare strumentalizzazioni da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti mass media in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è “agonia”, lotta dolorosa, perfino abbrutente a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai macchinari&#8230;</p>
<p>Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una preda: nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato&#8230;”. Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un “sì” che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il “lascia andare, o Signore, il tuo servo” come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato&#8230; Negli anni più vicini a noi, pensiamo al patriarca Athenagoras I e a papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due vescovi, due capi di chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.</p>
<p>Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un vociare indegno. La chiesa cattolica e tutte le chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.</p>
<p>Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: “Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita”.</p>
<p>Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.</p>
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		<title>Amico fragile&#8230;2009</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jan 2009 22:02:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<title>Racconto di Natale</title>
		<link>http://www.nientedigrave.it/2008/12/racconto-di-natale/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Dec 2008 19:47:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri aperti]]></category>
		<category><![CDATA[Storie ed incontri]]></category>

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		<description><![CDATA[Come ogni anno, quest&#8217;anno con qualche inevitabile novità, abbiamo il nostro racconto di natale.
E&#8217; intenso, bello, commovente.
Grazie a Tommaso M. Giuntella, l&#8217;autore del racconto, perchè continua a tenere vivo il ricordo.
Per leggerlo, puoi cliccare qui.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_391" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/paolo.jpg"><img class="size-medium wp-image-391" title="paolo" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/paolo-300x240.jpg" alt="Zio Paolo" width="300" height="240" /></a><p class="wp-caption-text">Zio Paolo</p></div>
<p style="text-align: center;">Come ogni anno, quest&#8217;anno con qualche inevitabile novità, abbiamo il nostro racconto di natale.<br />
E&#8217; intenso, bello, commovente.<br />
Grazie a Tommaso M. Giuntella, l&#8217;autore del racconto, perchè continua a tenere vivo il ricordo.<br />
Per leggerlo, puoi cliccare <a href="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/racconto-di-natale-2008-caratteri-grandi1.pdf">qui</a>.</p>
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		<title>Una famiglia irregolare</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2008 10:51:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri aperti]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[natale 2008]]></category>

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Un piccolo gruppo, non la parentela allargata che sembra il tribunale di Kafka
Anche qualche settimana fa, alcuni monaci di diverse confessioni religiose, a Betlemme, si sono azzuffati come altre volte nei pressi di quella grotta o stalla in cui la tradizione vuole sia nato quel bambino che &#8211; come soprattutto essi dovrebbero sapere &#8211; è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- toolbar --></p>
<p><img class="da_nascondere" src="http://images.corriere.it/images/static/common/logo.gif" alt="Corriere della Sera" width="346" height="40" /></p>
<p><!-- /toolbar --></p>
<p>Un piccolo gruppo, non la parentela allargata che sembra il tribunale di Kafka</p>
<p style="text-align: justify;">Anche qualche settimana fa, alcuni monaci di diverse confessioni religiose, a Betlemme, si sono azzuffati come altre volte nei pressi di quella grotta o stalla in cui la tradizione vuole sia nato quel bambino che &#8211; come soprattutto essi dovrebbero sapere &#8211; è venuto a salvare il mondo. È curioso che, proprio in vicinanza di quella mangiatoia in cui è stato deposto il neonato redentore, coloro che sono preposti al suo culto incorrano nella più stupida bestemmia, la violenza nata da invidiose rivalità, e si affannino a smentire la promessa di pace agli uomini di buona volontà annunciata in quella notte &#8211; promessa sempre smentita, e in forme ben più gravi delle baruffe tra frati, ma senza che sia cessata l&#8217; attesa, la necessità del suo adempimento. In quella stalla c&#8217; è una famiglia che è veramente sacra, come dice la formula, perché è l&#8217; opposto della famigliuola egoista e perbene, indifferente al destino altrui e chiusa al mondo nel suo lindo e orrido «far casetta» (come si dice in veneto, per sferzare la sua sdolcinata e fasulla intimità); una famigliuola che ama richiamarsi al modello di quella grotta, mentre ne è spesso la negazione. Anzitutto in quel presepe c&#8217; è una famiglia irregolare e anomala. La madre ha accettato una maternità sconcertante e scandalosa: quando l&#8217; angelo gliela annuncia, Maria non sa quale sarà la reazione di Giuseppe ed è pronta con assoluto coraggio a tutte le difficoltà, sofferenze ed oltraggi di una ragazza madre sola, di una donna disonorata. Gianfranco Ravasi &#8211; in un articolo sul Sole 24 Ore &#8211; la paragona alle partorienti clandestine <span id="more-369"></span>«cui nessuno è disposto a portare un catino per il sangue», come scrive il poeta cristiano cinese Ai Qing da lui citato. Se quel figlio non sarà riconosciuto dal padre legale, sarà marchiato dalla vergogna, come accadeva sino a pochi anni fa e accade ancora in diversi Paesi e contesti sociali; si pensi che, fino a un&#8217; epoca recente, per la Chiesa cattolica un illegittimo che avesse la vocazione al sacerdozio poteva diventare sacerdote solo col permesso speciale del vescovo &#8211; permesso concesso quasi sempre, il che non cancella quella vile violazione ecclesiastica dello spirito evangelico. Giuseppe ha accettato con altrettanto coraggio quella paternità, forse perché ha capito che ogni creatura, prima di essere figlia nostra, è figlia di Dio e per questo anche nostra; che la paternità (o maternità) di sangue, talora casuale, è misera cosa rispetto a quella d&#8217; amore. Il terzo o meglio il primo dei tre, il neonato, fa semplicemente il neonato, come deve essere; non compie certo eclatanti miracoli prematuri, come quelli vantati in molti Vangeli apocrifi, ma verosimilmente si attacca al seno, piange, si addormenta. Accanto a quei tre, per loro fortuna, ci sono solo un bue e un asino &#8211; quasi a ricordare la nostra parentela col mondo animale così votato a soffrire &#8211; e persone estranee: pastori sconosciuti, più tardi saggi uomini di studio e di preghiera. Non c&#8217; è nessuna asfissiante tribù famigliare di prozii, cognati, cugini di suocere; quel clan che talora è un mondo di festosa e rassicurante accoglienza, ma spesso un groviglio di invadenze, livori repressi, piccoli giochi di dominio e di rivalsa, rituali imperiosi e oppressivi; un&#8217; endogamia viscosa, come un letto anche caldo ma non rifatto. Natali di una volta, incanto dell&#8217; abete illuminato ma anche interminabili pranzi grevi e pesanti, sazietà e mortalità della carne, cicatrici d&#8217; infanzia nel cuore. La grande parentela può essere pure un tribunale, come sapeva Kafka, che trasse l&#8217; ispirazione del Processo anche dai due angosciosi incontri plenari di famiglie all&#8217; hotel Askanischer Hof di Berlino in occasione del fidanzamento e poi del suo scioglimento. Il neonato di quella grotta, cresciuto, sarà duro con l&#8217; istituzione famigliare: chiederà bruscamente perfino a sua madre cosa ci sia fra loro due, dirà di essere venuto ad annunciare un messaggio che porrà il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; chiamerà fratelli e sorelle solo i suoi amici e seguaci. Userà pochissimo la parola «fratello»; chiamerà piuttosto le persone a lui care «amici», parola che dice molto di più di un mero legame di sangue, che può essere pure quello fra Caino e Abele o fra Giacobbe ed Esaù. Per il cristianesimo, la fraternità è quella fra gli uomini in quanto figli di Dio, non di una coppia particolare. Quel messaggio, quel comandamento è radicale; troppo radicale per noi mediocri dal cuore troppo piccolo per accogliere il mondo con i suoi conflitti, e si capisce che la Chiesa abbia dovuto ammorbidirlo, anche se, a furia di smorzarlo, ha rischiato spesso di alterarlo, rendendo i suoi fedeli simili a quei religiosi che a Betlemme si accapigliano, trasformando in rissa la preghiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Magris Claudio</p>
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		<title>Non è omicidio, nè eutanasia.</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 17:34:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ambrogio Dionigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri aperti]]></category>

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		<description><![CDATA[Segnalo di seguito un intervista a Vito Mancuso, teologo dell&#8217; Università San Raffaele di Milano.
L&#8217;intervista è apparsa su &#8220;Corriere della Sera&#8221; di Domenica 16 novembre ed è a cura di Luigi Accattoli.
Uno dei punti che sicuramente va sollevato per chiarezza e per correttezza ,è che la morte di Eluana Englaro non sarà causata nè da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Segnalo di seguito un intervista a Vito Mancuso, teologo dell&#8217; Università San Raffaele di Milano.<br />
L&#8217;intervista è apparsa su &#8220;Corriere della Sera&#8221; di Domenica 16 novembre ed è a cura di Luigi Accattoli.</em><em><br />
Uno dei punti che sicuramente va sollevato per chiarezza e per correttezza ,è che la morte di Eluana Englaro non sarà causata nè da omicidio  nè da eutanasia.</em><em>Non è omicidio perchè, se proprio ci si vuole ancorare al codice penale la fattispecie più simile ma probabilmente non integrata da questo caso; sarebbe l&#8217;articolo 579 rubricato &#8220;omicidio del consenziente&#8221;.<br />
Ancora, non si può parlare di eutanasia attiva perchè non è indotta da alcuno come neppure si può parlare di eutanasia passiva perchè non vi sarà la sospensione di una terapia.</em><em> </em><em>Queste cose, se di vuole un dibattito costruttivo e sereno, vanno tenute ben distinte. Sono cose diverse, profondamente diverse tra loro.<br />
La confusione rende un cattivo servizio a tutti, così come è molto dannoso (oltre che moralmente riprovevole) criminalizzare l&#8217;una o l&#8217;altra parte. Cercare lo scontro duro, ma anche solo parlare senza contradditorio di questi temi distrugge ogni possibile base per una  legge sul cd. &#8220;Testamento bilogico&#8221;  che, comunque, sarebbe più corretto definire legge sulle&#8221;Direttive anticipate&#8221;.<br />
</em></p>
<div id="attachment_350" class="wp-caption alignleft" style="width: 294px"><a href="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/mancuso-vito.jpg"><img class="size-medium wp-image-350" title="mancuso-vito" src="http://www.nientedigrave.it/wp-content/uploads/mancuso-vito-300x225.jpg" alt="Vito Mancuso" width="284" height="213" /></a><p class="wp-caption-text">Vito Mancuso</p></div>

<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; color: #333300;"><strong>ROMA</strong> — «Quando ci sarà il testamento biologico io disporrò di essere mantenuto in vita finché possibile, perché anche un filo d&#8217;erba rende lode al Creatore. Ma non posso volerlo per altri e sono convinto che nel caso di Eluana l&#8217;interruzione del trattamento non sia omicidio né eutanasia. Vorrei che le autorità della Chiesa cattolica &#8211; alla quale appartengo &#8211; si esprimessero con prudenza in una materia che è nuova e ricca di zone grigie»: è l&#8217;opinione del teologo Vito Mancuso che insegna all&#8217;università San Raffaele di Milano. </span><span id="more-343"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; color: #333300;"><strong>Professore perché non si tratterrebbe di eutanasia? </strong><br />
«Non è eutanasia attiva, in quanto non ci sarà un farmaco che provocherà la morte. Ma neanche passiva: se l&#8217;alimentazione tramite sondino non è &#8220;terapia&#8221;, non è cioè assimilabile a un farmaco, la sua cessazione non può essere detta eutanasia passiva». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; color: #333300;"><strong>Che cos&#8217;è allora? Un abbandono alla morte per fame e sete?</strong><br />
«È l&#8217;interruzione di un trattamento di rianimazione risultato inefficace, deliberata in conformità a un orientamento espresso a voce dall&#8217;interessata in anni precedenti l&#8217;incidente». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; color: #333300;"><strong>Possiamo giurare su una battuta detta in famiglia, non attestata per iscritto?</strong><br />
«Purtroppo no, non possiamo tirarne una conclusione sicura. Ma quelle parole di Eluana sono tutto ciò di cui disponiamo per cogliere la sua intenzione e possiamo fare credito ai genitori che le attestano — e che tanto l&#8217;amano — e ai magistrati che hanno vagliato la loro attestazione». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><!--more--><span style="font-size: medium; color: #333300;"><strong>Lei è favorevole al testamento biologico?</strong><br />
«Lo vedo come uno strumento di libertà di fronte allo sviluppo delle tecnologie mediche». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; color: #333300;"><strong>Ma la vita non è un valore indisponibile?</strong><br />
«Concordo sull&#8217;indisponibilità della vita, ma reputo che vada rispettata la libertà di chi rifiuta per sé un trattamento che lo mantiene in una condizione di vita che egli reputa non-vita. La vita si dice in tanti modi. Il principio primo non è quello della vita fisica da protrarre il più a lungo ma è quello della dignità della vita e questa si compie nella libertà personale». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; color: #333300;"><strong>Con il testamento biologico uno dovrebbe poter scegliere di non essere alimentato se venisse a trovarsi in stato vegetativo?</strong><br />
«Ritengo che vi debba essere questa possibilità. Per me non la sceglierei, ma non sono sicuro riguardo a ciò che vorrei per i miei figli: c&#8217;è sempre divario nell&#8217;accettazione della propria sofferenza e di quella dei figli». </span>
</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; color: #333300;"><strong>Lei contraddice alcune affermazioni dell&#8217;arcivescovo Fisichella e del cardinale Bagnasco: che la Corte apra all&#8217;eutanasia e che l&#8217;alimentazione sia sempre dovuta&#8230;</strong> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; color: #333300;"> «Auspico una maggiore saggezza nella parola degli uomini di Chiesa. Come si può tenere per certo che l&#8217;alimentazione tramite sondino non sia una terapia se gran parte della scienza medica la considera tale? E perché definire eutanasia qualcosa che formalmente non lo è? Non sarà alzando il tono della voce che si difende la vita». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; color: #333300;"> <strong>Luigi Accattoli</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium; color: #333300;"> <em>16 novembre 2008</em></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium; color: #333300;"> </span></p>
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