Tra i piccoli deliziosi film usciti quest’autunno a seguito di festival vari (Pranzo di ferragosto, La Classe), Machan non sfigura affatto e si conquista un posto d’onore per simpatia e semplicità.
Diretto da Uberto Pasolini (già produttore di Full Monty, con cui questo film ha strette analogie) ed ispirato ad una storia vera, il film racconta ordinarie peripezie di migrazione tramite la vicenda di un gruppo di ingegnosi cittadini cingalesi desiderosi di raggiungere l’Europa. Si fingeranno squadra nazionale di pallamano (sport senza alcuna tradizione in Sri Lanka) per giocare un torneo in Germania ed ottenere un visto d’ingresso per una nuova vita. I punteggi surreali che accompagnano le sconfitte della squadra (73-0 o giù di lì), sono soltanto gli echi di una fuga ricca di umorismo e ironia verso l’Italia, la Francia, l’Inghilterra, «dove almeno non si gioca ’sta cazzo di pallamano»; ventitrè persone che ancora oggi le autorità – noi- stanno cercando per le strade delle nostre città.
Il film tratta senza sconti la complessità della migrazione, così come le regole che la vorrebbero amministrare, la complessità della sua posta in gioco -che cosa si perde che cosa si guadagna-, la complessità della propria identità, del non lasciare margini affinché ci venga sottratta la dignità di chi siamo ed amiamo, la complessità degli ostacoli che impediscono la propria affermazione come individui.
Con toni neorealisti, il regista parla di un’umanità ai margini dei margini del mondo, aiutato anche da un cast di attori non professionisti che con leggerezza ed empatia esprimono il coraggio e la disperazione richiesti per lasciare il proprio paese, la spinta irrefrenabile di abbandonare una vita di stenti. C’è spazio anche per raccontare la burocrazia che con un timbro apre o chiude le porte, ma di cui ci si può burlare con 23 magliette sintetiche comprate al mercato; e c’è spazio per riflettere sulle diverse componenti etniche, religiose e culturali dello Sri Lanka (paese da anni scosso da sanguinosa guerra civile), e che in fondo riflettono la diversità di tutti gli uomini tra loro, le sfumature di colore che tra noi intercorrono in questo viaggio comune che si chiama vita.
E’ un film che ci fa guardare con occhi diversi gli spaventosi clandestini di oggi, film pieno di umanità e profondo nel raccontare desideri, rabbie e bisogni di uomini e donne cittadini del mondo. Machan, che in Tamil significa amico mio, compagno, è forse semplicemente l’invito a guardare con sguardo più umano i volti delle migrazioni, perché chi incontriamo ai bordi delle strade possa esserci amico e non nemico, compagno e non estraneo.




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